Il reflusso gastro esofageo rappresenta il più comune disturbo gastroenterologico, nonché la prima causa di dolore addominale in Italia. È dovuto ad una incompetenza del sistema valvolare esofagogastrico, chiamato “sfintere esofageo inferiore” (LES, lower esophageal sphincter).
Questo sistema comprende una serie di strutture anatomiche che nel loro insieme svolgono una funzione valvolare:
- l’angolo di His, cioè l’angolo formato dall’esofago addominale con il fondo gastrico; lo jato esofageo, ovvero il pertugio del diaframma attraverso cui passa l’esofago;
- il legamento frenoesofageo;
- il foglietto adiposo peri-jatale.
Ne soffrono neonati, bambini, adulti e anziani. Lo specialista gastroenterologo vi spiega cos'è, come affrontarlo e come guarire.
Approfondimenti
Cause
Lo stomaco produce l’acido e, di conseguenza, tutto sommato, sa bene come difendersi dal suo potere corrosivo. Invece l’esofago è fatto in un modo completamente diverso: il passaggio di una sostanza acida e irritante viene subito avvertito dolorosamente.
Fra esofago e stomaco è presente una zona (il cardias), che funge da passaggio e che prova a fare in modo che cibo e liquidi scendano dall’alto verso il basso, e non viceversa. Quando questo meccanismo, legato all’incontinenza dello sfintere esofageo inferiore, non funziona correttamente, il contenuto acido gastrico può risalire nell’esofago, dando origine al reflusso.
La mucosa esofagea, non essendo adatta a sopportare il basso pH del succo gastrico, può andare incontro a fenomeni infiammatori che, nel tempo, possono determinare una trasformazione dell’epitelio da piatto a cilindrico (metaplasia gastrica, esofago di Barrett), predisponendo allo sviluppo di una neoplasia.
Diversi fattori, inoltre, favoriscono la risalita dallo stomaco verso l’alto di acido e di secrezioni gastriche, provocando il reflusso e spesso una serie di sintomi. Tra questi fattori, troviamo:
- situazioni anatomiche (ad esempio, l’ernia iatale o il cardias incontinente);
- alcuni farmaci;
- uno stomaco che si svuota con difficoltà;
- il sovrappeso e una dieta incongrua.
Sintomi
Il reflusso gastroesofageo comporta:
- dolore retrosternale, spesso di tipo costrittivo e talvolta confuso con un dolore cardiaco;
- bruciore e acidità alla bocca dello stomaco (pirosi), frequentemente avvertiti dietro lo sterno;
- rigurgito acido;
- mal di gola;
- tossetta stizzosa continua;
- raucedine.
Il reflusso acido, generalmente più intenso nelle ore notturne per la posizione sdraiata, può accentuare questi sintomi e renderli più persistenti.
In situazioni particolari, si giunge addirittura:
- al vomito (specie nei bambini);
- a problemi respiratori come attacchi di asma, laringospasmi o polmoniti legate al passaggio delle sostanze irritanti nelle vie respiratorie.
Il reflusso cronico può inoltre determinare alterazioni della motilità dell’esofago, responsabili della sensazione di “bolo in gola”, cioè quella fastidiosa percezione di avere un boccone incastrato, e può essere associato a manifestazioni extraesofagee quali tosse persistente, raucedine, asma, otiti ricorrenti, polipi delle corde vocali ed erosioni dentali, fino a condizioni più severe come polmonite, tumore della laringe e fibrosi interstiziale polmonare.
Spesso, la malattia da reflusso gastroesofageo si associa anche a calcolosi della colecisti e diverticolosi del colon (cosiddetta “triade di Saint”).
In alcuni casi, il dolore è talmente intenso da simulare un infarto, o può svegliare di notte il paziente, che avverte la sensazione di avere il cuore in gola e di non riuscire a respirare.
Diagnosi
Per arrivare ad una diagnosi, è fondamentale ascoltare attentamente i disturbi lamentati dal paziente. Questa viene confermata da una gastroscopia o da uno studio radiologico delle prime vie digestive.
Lo studio della malattia da reflusso gastroesofageo si avvale, infatti, di metodiche diagnostiche principali e di alcune secondarie. Tra le principali rientra l’esofago-gastro-duodenoscopia, che consente di valutare il danno mucosale e l’eventuale presenza di un’ernia iatale; tuttavia, con questa metodica non sempre si giunge alla diagnosi, data l’elevata percentuale di forme senza lesioni esofagee, per cui non è utile ripeterla frequentemente, fatta eccezione per situazioni particolari come le lesioni precancerose.
Accanto a questa, la pH-impedenziometria esofagea delle 24 ore rappresenta attualmente la tecnica più affidabile per evidenziare il reflusso gastroesofageo, in quanto permette di riconoscere ogni episodio e di definirne la composizione, la durata, la localizzazione e la natura. Tale esame costituisce un’evoluzione della pHmetria esofagea tradizionale, che presentava importanti limiti, poiché identificava come reflusso solo le variazioni acide del pH e non consentiva di stabilire l’estensione del reflusso lungo l’esofago; per questo motivo, pazienti sintomatici potevano risultare negativi all’indagine. Queste criticità sono state superate grazie all’introduzione della pH-impedenziometria.
È sempre più comune che, ad eseguire la diagnosi, sia un otorino, mediante la visione diretta della laringe, che presenta chiari e specifici segni di infiammazione da reflusso di tale zona.
Esami per il reflusso: ph-impedenziometria e manometria esofagea
L’esame della ph-impedenziometria prevede l’introduzione, per via transnasale, di un sottile catetere di circa 1 mm di diametro; la procedura ha una durata generalmente di pochi minuti. Sul catetere sono collocati uno, talvolta due, sensori di pH e sei canali deputati alla misurazione dell’impedenza elettrica. Il dispositivo viene posizionato a circa 5 cm al di sopra dello sfintere esofageo inferiore (LES) e mantenuto in sede per 24 ore, collegato a un registratore portatile.
Durante l’esecuzione dell’esame, il paziente è invitato a proseguire le normali attività quotidiane, compresa l’eventuale attività lavorativa, annotando mediante l’apposito registratore gli orari dei pasti, la comparsa di eventuali sintomi e la posizione corporea (ortostatismo o clinostatismo).
L’impedenza, che rappresenta l’inverso della conduttività, varia in relazione alla natura chimica e fisica del contenuto esofageo; la sua rilevazione consente pertanto di individuare direzione e transito del bolo, anche in presenza di gas o episodi di reflusso.
La presenza di sei canali di impedenza permette inoltre di valutare sia la durata dell’esposizione al reflusso sia l’altezza raggiunta dallo stesso lungo l’esofago, elementi di fondamentale importanza dal punto di vista clinico e terapeutico.
In sintesi, l’integrazione tra le misurazioni di pH e impedenza ha reso possibile l’identificazione di diverse tipologie di reflusso non rilevabili con la sola pH-metria:
- reflussi acidi (pH < 4);
- reflussi acidi ravvicinati e ripetuti;
- reflussi debolmente acidi (4 < pH < 7);
- reflussi non acidi (pH > 7).
La manometria esofagea ad alta risoluzione (HRM), grazie all’impiego di sonde di ultima generazione, consente di ottenere simultaneamente informazioni dettagliate sull’intero tratto digestivo superiore. Questa tecnologia, integrata con la cosiddetta “Classificazione di Chicago”, permette oggi una precisione diagnostica e una semplicità di interpretazione mai raggiunte in precedenza.
L’esame viene eseguito mediante l’introduzione, per via transnasale, di un catetere dotato di un numero di sensori variabile, generalmente compreso tra 24 e 36, a seconda della tecnologia utilizzata. Ciò consente lo studio completo della fase deglutitoria mantenendo il sondino in un’unica posizione, con il vantaggio di ottenere risultati coordinati dell’attività deglutitoria e peristaltica, una maggiore rapidità di esecuzione e una migliore tollerabilità da parte del paziente.
È noto che la malattia da reflusso gastroesofageo è una patologia a genesi prevalentemente motoria, legata ad alterazioni funzionali dei meccanismi che normalmente impediscono il reflusso. Tra le alterazioni più frequentemente riscontrate vi sono la riduzione del tono basale del LES, spesso inferiore ai 10 mmHg, i rilasciamenti spontanei e transitori dello stesso, il ritardato svuotamento gastrico con conseguente aumento della pressione intragastrica e le alterazioni della peristalsi esofagea, responsabili di una ridotta capacità di rimozione del materiale refluito.
Quando l’ampiezza dell’onda contrattile non è sufficiente a determinare una chiusura efficace del lume a monte del bolo e si associa a una riduzione della pressione del LES, si verificano le condizioni favorevoli al reflusso. Inoltre, nei pazienti con malattia da reflusso si osserva una maggiore frequenza di contrazioni peristaltiche inefficaci: in alcuni casi, dopo la deglutizione volontaria, non si instaura alcuna contrazione, mentre in altri si rilevano onde non propagate o simultanee, la cui presenza risulta proporzionale alla gravità della patologia.
Rischi
Il maggior rischio è quello di creare una esofagite da reflusso, cioè una infiammazione cronica della parte finale dell’esofago, che porta a dolore e bruciore quotidiano, con possibili conseguenze quali ulcere, stenosi e neoplasie, anche se in rari casi.
L’incontinenza del LES (Sfintere Esofageo Inferiore), si associa spesso, ma non sempre, ad ernia jatale, vale a dire allo scivolamento in torace di una porzione di stomaco attraverso uno jato esofageo slargato, condizione che, oltre a peggiorare il reflusso, può determinare disturbi toracici quali difficoltà respiratorie e palpitazioni, soprattutto nel periodo postprandiale. Inoltre, se con il reflusso gastroesofageo lo stomaco tende a svuotarsi verso l’alto, la depressione che ne consegue può favorire il reflusso di succo bilioenterico, di natura alcalina, nel cavo gastrico, contribuendo così allo sviluppo di una gastrite alcalina.
Cure e Trattamenti
Il reflusso gastroesofageo, purtroppo, viene normalmente curato solo con medicine. Le medicine (antiacidi e gastroprotettori da una parte, stimolanti la motilità gastrointestinale dall’altra) possono offrire un valido aiuto sul sintomo, ma non hanno la capacità di agire sul reflusso vero e proprio, bensì soltanto su una componente del reflusso, ossia la sua acidità.
In presenza di una malattia da reflusso gastroesofageo, le opzioni terapeutiche sono diverse, ciascuna con proprie indicazioni, controindicazioni ed effetti collaterali:
- la terapia medica a base di inibitori di pompa protonica, procinetici e gastroprotettori, efficace in molti casi ma incapace di eliminare la causa del reflusso;
- la terapia farmacologica finalizzata a inibire la produzione acida gastrica, proteggere la mucosa esofagea e gastrica e favorire lo svuotamento dello stomaco verso il duodeno;
- fino ad arrivare, nei casi selezionati, all’intervento chirurgico.
I farmaci migliorano i disturbi avvertiti dal paziente con il reflusso, ma non potranno mai agire sul reflusso stesso. Sinteticamente, prima dell’utilizzo dei farmaci, bisogna ascoltare il paziente e le sue abitudini di vita, il tipo di disturbo che accusa, quali sono le caratteristiche del suo specifico reflusso. Una volta conosciuti questi fattori fondamentali, sarà possibile diminuire il numero, la durata e l’acidità degli episodi di reflusso.
Alla terapia farmacologica devono sempre essere associate alcune fondamentali norme dietetico-comportamentali, quali ridurre l’assunzione di cibi che stimolino la produzione acida o siano essi stessi acidi, evitare il fumo e l’alcool, non coricarsi prima di almeno due ore dalla fine del pasto serale e mantenere il torace sollevato rispetto all’addome durante il riposo.
Quando questo sarà successo, e bastano pochi giorni fra stile di vita alimentare, movimento fisico e pratici accorgimenti da seguire, sarà allora utile iniziare un giusto ciclo di farmaci. Salvo che non preferiate assumere medicine a vita, facendo in modo che la digestione dipenda, almeno in parte, da sostanze chimiche.
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