Obesità

Ultimo aggiornamento: 24/04/2026

L'obesità è una vera e propria patologia ed è caratterizzata da un accumulo eccessivo di grasso corporeo che si traduce in un aumento del peso. È una malattia figlia del benessere ed è frequente nei paesi maggiormente industrializzati.

Si tratta di una malattia complessa dovuta a fattori genetici, ambientali e individuali, con conseguente alterazione del bilancio energetico e accumulo eccessivo di tessuto adiposo nell'organismo.

Il 3 maggio 2022, l'Ufficio regionale europeo dell’OMS ha presentato e pubblicato il Rapporto 2022 sull'obesità nella Regione. Tale rapporto mostra come i tassi di sovrappeso e obesità hanno raggiunto proporzioni epidemiche in questa parte del mondo. Dal documento, è emerso che:

  • il 59% degli adulti europei è in sovrappeso o obeso
  • quasi 1 bambino su 3 è in sovrappeso o obeso (29% dei maschi e 27% delle femmine)

In molti paesi industrializzati, l’obesità colpisce fino a un terzo della popolazione adulta e si osserva un’incidenza in aumento in età pediatrica, specie oggi che è così diffuso il consumo delle merendine. Rappresenta quindi l'epidemia di più vaste proporzioni del terzo millennio e, al contempo, la più comune patologia cronica del mondo occidentale. Non a caso, infatti, la comunità cardiologica mondiale sta rivolgendo sempre più attenzione a questa condizione.

L'obesità è, quindi, attualmente considerata uno dei maggiori problemi di salute pubblica a livello mondiale.

Studi su famiglie e gemelli hanno sostenuto l’ipotesi di un'influenza genetica, responsabile delle cosiddette anomalie metaboliche che faciliterebbero l'insorgenza dell'obesità in presenza di alta disponibilità di alimenti e cronica sedentarietà. Esistono poi fattori individuali che possono contribuire all'eccessiva introduzione di cibo, legati a comportamenti impulsivi o compulsivi secondari a depressione e/o ansia.

Approfondimenti

Cause Cause

L'obesità ha un'origine multifattoriale e le sue cause possono quindi essere molteplici.

L'obesità si instaura quando c'è uno squilibrio tra l'apporto calorico e il consumo energetico. Le calorie assunte in eccesso provocano un accumulo di grasso a livello corporeo. Quindi, le cause sono da ricercarsi nell'alimentazione e nello stile di vita. Un'alimentazione eccessiva, non bilanciata ed equilibrata secondo le reali esigenze del proprio organismo, favorisce lo sviluppo dell'obesità. Naturalmente, anche la mancanza di esercizio fisico e una vita sedentaria, che riducono la quantità di calorie bruciate nell'arco della giornata, rappresentano un fattore causale.

Esistono poi altri fattori predisponenti come i fattori genetici, l'assunzione di determinati farmaci (ad esempio, antidepressivi, corticosteroidi, beta bloccanti), la presenza di determinate patologia a carico, in particolare del sistema endocrino (ad esempio, ipotiroidismo, sindrome dell'ovaio policistico e altre), o del sistema osteoarticolare, nel momento in cui vi è una limitazione alla possibilità di svolgere attività fisica.

Approfondimento del Dr. Antonio Tripodina

Ruolo dell’età evolutiva nello sviluppo del tessuto adiposo 

Il primo periodo della vita rappresenta la fase più importante, in quanto è proprio in questo momento che più facilmente si attiva il processo di moltiplicazione delle cellule adipose, gli adipociti, determinando così un aumento eccessivo e sostanzialmente irreversibile della loro numerosità.

Il numero degli adipociti è geneticamente determinato in ciascun individuo, oscillando tra i 30 e i 40 miliardi. Tuttavia, quando queste cellule raggiungono una dimensione critica a causa di un eccessivo accumulo di lipidi conseguente a iperalimentazione, si assiste alla differenziazione di nuove cellule a partire dai pre-adipociti, fino a determinare un incremento del numero totale che può arrivare anche a cinque volte quello inizialmente previsto. Questo fenomeno si verifica prevalentemente, sebbene non esclusivamente, durante l’infanzia.

In base a questi meccanismi si distinguono due principali forme di obesità:

  • obesità iperplastica, caratterizzata da aumento del numero di adipociti, tipica dell’età evolutiva. rappresenta una condizione particolarmente complessa da trattare e tende a persistere per tutta la vita, poiché, anche in presenza di un significativo svuotamento del contenuto lipidico delle singole cellule adipose, l’elevato numero complessivo di adipociti non consente il raggiungimento di una conformazione corporea ottimale e si associa a una marcata predisposizione al recupero del peso perduto
  • obesità ipertrofica, tipica dell’età adulta, in cui prevale l’aumento del volume delle cellule adipose. Il numero degli adipociti risulta solo lievemente aumentato, mentre è soprattutto la loro dimensione a crescere in maniera significativa, rendendo questa forma generalmente più suscettibile al trattamento.

Alla luce di tali considerazioni, appare evidente come la prevenzione dell’obesità, e delle patologie ad essa correlate, debba essere indirizzata precocemente, già nelle fasi precedenti al concepimento, attraverso una corretta alimentazione della futura madre, proseguendo durante la gravidanza e nei primi anni di vita del bambino, soprattutto in presenza di familiarità per malattie metaboliche. In questa prospettiva assume particolare rilievo l’allattamento al seno materno, che, grazie alla composizione dinamica del latte e alla capacità di autoregolazione del lattante, non favorisce condizioni di ipernutrizione.

Approfondimento del Dr. Domenico Labonia

Evoluzione delle abitudini alimentari e diffusione dell’obesità

Il fenomeno dell’obesità, infatti, è legato a un cambiamento strutturale delle abitudini alimentari nei contesti socio-economici più fragili. Per molto tempo, nelle fasce povere, la carne era difficilmente accessibile. Questo ha favorito, in molte tradizioni culinarie, piatti basati su legumi e cereali (come pasta e fagioli, pasta e ceci, riso e piselli). L’unione di questi alimenti garantiva comunque un buon apporto proteico

Negli ultimi decenni, invece, si è affermata una transizione verso un’alimentazione basata su prodotti industriali:

  • bevande e alimenti ricchi di zuccheri, dolcificanti e grassi;
  • cibi ipercalorici a basso costo, facilmente accessibili anche alle fasce più povere.

Questa trasformazione ha avuto effetti significativi. Nell’ultimo ventennio, infatti l’obesità è triplicata nei Paesi in via di sviluppo con reddito pro capite intorno ai 3000 dollari annui, dove si è diffuso un modello alimentare occidentale basato su junk food.

Il legame tra povertà e sottopeso/malnutrizione resta valido soprattutto nei Paesi con reddito pro capite inferiore ai 1000 dollari annui. Un esempio significativo riguarda i dati FAO, secondo cui il Messico ha superato gli Stati Uniti per tasso di obesità (32,8% contro 31,8%).

In questo scenario, l’obesità va interpretata come un fenomeno globale e trasversale. Ne consegue che:

  • una parte dei pazienti appartiene a una comunità transnazionale, segnata dalla combinazione tra scarsità di risorse e consumo di cibo industriale
  • nei Paesi in via di sviluppo è frequente la presenza dei cosiddetti “geni risparmiatori”, che favoriscono l’immagazzinamento dei grassi
  • un adattamento utile in contesti di carestia diventa oggi un fattore di rischio in presenza di alimentazione standardizzata e ipercalorica (“comida chatarra”)

In questa prospettiva, l’obesità non è più soltanto il simbolo del consumismo, ma anche dell’esclusione dall’accesso a cibo di qualità, sia nei Paesi in via di sviluppo sia nelle fasce sociali più fragili dei Paesi occidentali.

In conclusione, il contrasto all’obesità richiede non solo strumenti clinici, ma anche una soluzione di più ampio respiro economico e politico a livello globale.

Sintomi Sintomi

L'obesità ha generalmente un impatto negativo sulla qualità di vita del paziente. Un eccesso di peso determina una sensazione di stanchezza e affaticamento anche per sforzi lievi e si può avere una sudorazione eccessiva. L'eccesso di peso può provocare, inoltre, anche disturbi del sonnorussamento e, nei casi più gravi, la sindrome delle apnee notturne.

Non sono, infine, da sottovalutare le problematiche che si creano a carico dell'apparato osteoarticolare, con difficoltà alla deambulazione, dolori alle anche, ginocchia e schiena. Un ultimo aspetto da tenere in considerazione è l'impatto negativo che l'obesità può creare al benessere psicologico ed emotivo del paziente e il disagio nella sua vita relazionale e sociale.

Obesità

Diagnosi Diagnosi

Il metodo più utilizzato per porre diagnosi di obesità è il BMI (Body Mass Index) o IMC (Indice di Massa Corporea). Si calcola dividendo il peso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza in metri. Quando il BMI è pari o superiore a 30, indica uno stato di obesità.

Classificazione del BMI:

  • inferiore a 18,5: sottopeso
  • 18,5 – 24,9: normopeso
  • 25 – 29,9: sovrappeso
  • 30 – 34,9: obesità di 1° grado
  • 35 – 39,9: obesità di 2° grado
  • 40 e oltre: obesità estrema

Il BMI, pur essendo uno strumento utile per la diagnosi, non fornisce un quadro completo della distribuzione del grasso corporeo e del rischio metabolico associato.

Per questo motivo, è fondamentale integrare la valutazione con altri parametri, in particolare la distribuzione del tessuto adiposo e la circonferenza della vita.

Un primo elemento utile è la circonferenza vita (Waist Circumference), che rappresenta un indicatore semplice e pratico per identificare soggetti a maggior rischio di patologie correlate all’obesità. Non è correlata all’altezza e consente di evidenziare l’eccesso di grasso addominale anche in soggetti con BMI apparentemente nella norma.

I valori di riferimento sono:

  • uomo: rischio aumentato se > 94–102 cm
  • donna: rischio aumentato se > 80–88 cm

La presenza di una circonferenza vita aumentata indica un eccesso di grasso addominale e un maggior rischio di sviluppare malattie associate all’obesità, anche in assenza di un BMI francamente patologico.

In base alla distribuzione del tessuto adiposo, si distinguono principalmente tre tipologie:

  • obesità androide (o viscerale): il grasso si concentra soprattutto a livello di addome, torace e spalle (conformazione “a mela”). È la forma più associata a un aumentato rischio di malattie correlate all’obesità
  • obesità ginoide (o sottocutanea): il grasso si localizza prevalentemente a livello di fianchi, cosce e glutei (conformazione “a pera”), più frequente nelle donne
  • obesità diffusa (o mista): accumulo omogeneo di tessuto adiposo in tutto il corpo, sia viscerale che sottocutaneo

La classificazione in androide e ginoide deriva proprio dall’analisi della circonferenza vita e della distribuzione del grasso corporeo: i soggetti di sesso maschile tendono più frequentemente a una distribuzione “a mela”, mentre le donne a una distribuzione “a pera”.

Ulteriori strumenti di valutazione includono l’analisi impedenziometrica, utile per stimare la percentuale di massa grassa corporea e completare l’inquadramento diagnostico.

Rischi Rischi

L'obesità, non solo è di per sé stessa una malattia, ma è anche un fattore predisponente all'insorgenza di altre patologie ad essa correlate. Essa va quindi considerata non come un problema puramente estetico, ma come un importante fattore di rischio per la salute, e in quanto tale deve essere opportunamente trattata.

Le principali complicanze associate all’obesità includono:

  • steatosi epatica;
  • diabete;
  • patologie cardiovascolari;
  • patologie respiratorie;
  • disturbi endocrino-metabolici;
  • problemi dell’apparato osteoarticolare.

In particolare, l’eccesso di tessuto adiposo comporta non solo un aumento del rischio di malattie dismetaboliche, ma anche conseguenze meccaniche legate al sovraccarico articolare prolungato, tra cui:

  • alterazione dell’equilibrio articolare dovuta al carico eccessivo e costante;
  • sviluppo di artrosi, risultato dello squilibrio tra sollecitazioni e capacità di resistenza delle articolazioni.

L’associazione tra obesità e artrosi del ginocchio è ben documentata, interessando circa il 17,8% della popolazione italiana, con maggiore incidenza nel sesso femminile. A questi fattori si aggiungono ulteriori condizioni predisponenti, come lassità legamentosa, difetti assiali (ginocchio varo o valgo) e sedentarietà, che contribuiscono allo sviluppo della patologia osteoarticolare.

Inoltre, l’obesità addominale rappresenta un elemento centrale nel determinare il rischio metabolico e cardiovascolare, in quanto è associata a:

  • diabete;
  • ipertensione;
  • dislipidemia.

Queste condizioni rientrano nel quadro della cosiddetta sindrome plurimetabolica (o sindrome X), che aumenta significativamente il rischio cardiovascolare complessivo.

Dal punto di vista fisiopatologico, il tessuto adiposo viscerale gioca un ruolo attivo: gli acidi grassi liberi derivati dalla sua scissione interferiscono con l’utilizzo del glucosio da parte delle cellule, favorendone l’accumulo nel sangue (iperglicemia). Questa condizione stimola una maggiore produzione di insulina e si associa a insulino-resistenza, ossia una ridotta risposta delle cellule all’ormone.

L’insieme di iperglicemia, iperinsulinemia compensatoria e insulino-resistenza rappresenta il meccanismo chiave alla base dell’insorgenza e del mantenimento delle principali alterazioni metaboliche della sindrome plurimetabolica.

Cure e Trattamenti Cure e Trattamenti

Essendo l'obesità una patologia, il modo migliore per affrontarla è quello di affidarsi ad un professionista esperto in nutrizione. Il trattamento si basa essenzialmente su:

  • alimentazione: è fondamentale seguire un regime alimentare sano e corretto, basato sul proprio fabbisogno energetico ed equilibrato in termini di macro e micronutrienti, nonché ripartizione dei pasti nell'arco della giornata:
  • attività fisica: è consigliato svolgere attività fisica per almeno 30 minuti al giorno per 5 giorni la settimana, alternando attività di tipo aerobico e anaerobico e, in generale, adottare uno stile di vita attivo, abbandonando la sedentarietà. 

In relazione alle diete dimagranti, va sottolineato che il messaggio da trasmettere è di puntare ad un obiettivo realisticamente perseguibile: si deve mirare non al raggiungimento del cosiddetto “peso ideale”, numero astratto espressione di calcoli che hanno solo valore statistico, ma a quello cosiddetto “ragionevole”, intendendo con tale termine il peso mantenuto senza sforzo dopo i 21 anni e che permette buone condizioni di salute fisica, psichica e sociale.

È stato ormai ampiamente dimostrato che è sufficiente una riduzione del 10–15% del peso iniziale per indurre significativi miglioramenti di ipertensione, diabete e patologie cardiovascolari.

Nei casi di obesità molto grave (obesità morbigena), con BMI > 35, quando le terapie conservative non risultano efficaci, può trovare indicazione un approccio chirurgico, come la chirurgia bariatrica, che comprende diverse procedure finalizzate alla riduzione del peso corporeo e del rischio metabolico associato, in particolare:

La scelta del tipo d’intervento da realizzare è guidata dal  grado di obesità del paziente: per pazienti con BMI < 50 si procede con Bendaggio Gastrico e Resezione Gastrica Verticale, mentre per pazienti con BMI > 50 si sceglie il Bypass gastrico
 

Approfondimento del Dr. Antonio Tripodina

Falsi miti sulla cura dell’obesità


Nel trattamento dell’obesità sono ancora molto diffusi approcci errati e convinzioni fuorvianti, che spesso promettono risultati rapidi ma non tengono conto della complessità della condizione. Tra questi rientrano pratiche prive di base scientifica e strategie dimagranti estreme, quali:

  • l'esempio più macroscopico è l'uso delle bombe dimagranti, cocktail di più sostanze messe insieme senza il più elementare criterio scientifico e somministrate senza tener conto della singolarità della persona, del suo stato fisiologico e patologico. Sostanze che fanno sì dimagrire, ma a prezzo di gravi alterazioni metaboliche (sono decine i casi di decessi riportate dalle cronache) e con l'assoluta certezza di riprendere più chili di prima appena un simile trattamento viene sospeso;
  • altro paradosso è quello di persone in sovrappeso che, non essendo in grado di seguire un regime alimentare costante, fanno brevissime e drastiche cure dimagranti (vedi soggiorni di due settimane nelle famose cliniche della salute), perdendo ovviamente chili, che però vengono ripresi con gli interessi per l'effetto boomerang, non appena quelle insostenibili diete sono sospese.

Queste persone sono destinate ad entrare nella weight cycling syndrome o sindrome della fluttuazione del peso o, più volgarmente, sindrome dello yo-yo. Alcuni studi hanno dimostrato che gli individui che subiscono numerose o ampie oscillazioni del peso corporeo sono ad aumentato rischio di cardiopatia coronarica e mortalità rispetto a quelli con peso stabile, associandosi ad un’aumentata incidenza di ipertensione e ad una diminuzione del colesterolo HDL nelle donne, fenomeno che non si osserva negli uomini.

Il paradosso consiste nel fatto che queste persone, volendo combattere un lieve sovrappeso, si ritrovano obesi: quando si dimagrisce in fretta, infatti, si perdono soprattutto acqua e muscoli e poco tessuto adiposo mentre, quando si riacquista peso, si riacquista soprattutto grasso. In questo modo viene modificata la composizione dell'organismo in senso peggiorativo, con sempre meno muscoli e sempre più grasso, soprattutto a livello addominale, con un numero sempre maggiore di adipociti nella fase espansiva, che non diminuisce durante il dimagrimento. 

La cura dell'obesità non permette scorciatoie. L’obesità è una condizione cronica, e cronicamente va trattata. Non è concepibile un trattamento di pochi mesi di dieta sostenuta da una terapia farmacologica.

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Dr.ssa Simona Villa

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