Nodulo al seno

Dr. Claudio Stefano Zanno
A cura del Dr. Claudio Stefano Zanno
Ginecologo

Cos'è Cos'è

Quando vi pongono una diagnosi di “Nodulo della mammella” o “Addensamento” non spaventatevi: il termine “Nodulo” è “neutro” ossia non corrisponde ad una diagnosi di malignità o di benignità – molte volte non corrisponde neppure ad una vera Patologia – il vocabolo sta solo ad indicare che si è rilevato qualcosa di “diverso” dal resto del tessuto mammario. 

La mammella è formata da un insieme di “petali” (che si chiamano “lobi”) che sono disposti attorno al capezzolo appunto come i petali di una margherita. Tra un lobo e l’altro si trova tessuto grasso in quantità variabile. Ogni lobo è fatto come un grappolo d’uva: gli “acini” sono i lobuli della ghiandola propriamente detta (quelli che producono il latte) mentre il “ramo” è costituito dai condotti del latte.

Occorre sottolineare che ciascun lobo è per certi versi un’entità a sé stante: durante l’allattamento alcuni “lavorano” più di altri e anche quando si manifesta una patologia questa riguarda magari solo un lobo e non quelli vicini, ma allora è verosimilmente tutto il lobo ad essere “ammalato” – anche se la patologia è più evidente in un tratto piuttosto che in un altro. Così quando si evidenzia un sospetto tumore maligno in un punto, entro certi limiti i lobi vicini possono essere sani, ma è possibile che anche in altri tratti dello stesso lobo siano presenti delle lesioni “devianti” – anche se magari sono troppo piccole per poterle dimostrare.

Si deve anche aggiungere che l’aspetto della ghiandola mammaria si modifica moltissimo nel corso della vita (all’ecografista spesso la ghiandola mammaria appare quasi come una … carta di identità!), nella gravidanza ed in una certa misura con l’assunzione di certi farmaci. Di questo si deve tener conto quando ci si deve pronunciare sulle caratteristiche di un certo quadro clinico.

La patologia benigna della mammella più frequente nell’età giovanile è rappresentata dal Fibroadenoma (spesso si usa l’abbreviazione FAD). Si tratta di un fibroma della mammella, ossia di un nodulo di tessuto fibroso. In genere è multiplo (accanto ad una o più lesioni di maggiori dimensioni se ne osservano spesso altre di pochi millimetri). Il più delle volte rimane stabile per dimensioni e causare solo raramente dolore. Tuttavia in alcuni casi può crescere rapidamente o causa anche dolore. In questi casi può essere necessario asportarli. Sarebbe raccomandabile asportarli comunque quando crescono magari lentamente, ma superano i 2/2,5 cm di diametro – fino a queste dimensioni la ferita chirurgica è minima, mentre se si attende troppo è assai più difficoltoso non lasciare un “vuoto”, specie in una mammella di piccole dimensioni.

NOTA: Il fibroadenoma – tuttavia vi sono alcuni rari tumori maligni che sanno mimetizzarsi molto bene e possono essere del tutto indistinguibili dal Fibroadenoma. Non vi sono molti criteri utili per distinguere tra le due patologie. Vi è da dire che il FAD è tipico dell’età giovanile – quindi una lesione che presenta tutte le caratteristiche di FAD ma compare inaspettato dopo i 40 anni deve essere trattato con tutte le attenzioni. Tuttavia non si può mai escludere del tutto l’insorgenza di un tumore maligno con aspetti “ingannevoli” anche prima dei 40 o anche dei 30 anni. Si devono considerare come “sospetti” quei Fibroadenomi che crescono rapidamente, che mutano il loro aspetto, che sono molto ricchi di vasi sanguigni (in questi casi è quindi necessaria almeno un’agobiopsia).

La patologia benigna più diffusa dopo i 30 – 35 anni è la Fibroadenosi (anche se il nome è simile non ha nulla a che fare con il Fibroadenoma). In realtà questa è solo per certi versi una patologia – o meglio lo diventa solo nelle varianti più marcate. Infatti la Fibroadenosi è un naturale processo di involuzione (invecchiamento) della ghiandola, nel corso del quale il tessuto ghiandolare mammario “muore” e viene sostituito da tessuto fibroso. Questo processo attraversa spesso fasi di riacutizzazione alternate a momenti di stasi e spesso colpisce i lobi mammari qua e là senza una regola precisa. Nelle fasi di riacutizzazione spesso provoca dolore (che si irradia anche all’ascella ed al braccio). In queste fasi si formano anche delle cisti (= sacche contenenti siero) che possono essere di pochi millimetri ma anche di parecchi centimetri, possono essere isolate o raccolte a grappolo lungo gli assi dei lobi mammari. In genere questo quadro si attenua gradualmente dopo la menopausa, fino ad atrofizzarsi completamente.

NOTA 1: La Fibroadenosi è tipica dell’età oltre i 30 anni. È generalmente del tutto improprio – salvo rari casi - parlare di Fibroadenosi “vera” prima dei 30 ed ancor più prima dei 25 anni. Nelle donne molto giovani si osservano alcune alterazioni della ghiandola che superficialmente si attribuiscono alla Fibroadenosi – si tratta però in genere di casi in cui si ha un rigonfiamento del tessuto ghiandolare che si presenta ipertrofico (= più sviluppato) per cause ormonali, per fatti infiammatori ecc. In altri casi un incremento del tessuto grasso che si infiltra nel contesto della ghiandola può dare l’impressione di Fibroadenosi alla palpazione (non è però una patologia, ma solo una “variante della norma”).

NOTA 2: Alcuni cancri della mammella possono simulare molto bene dei focolai di Fibroadenosi. Ancor più spesso alcuni focolai di Fibroadenosi possono mostrare alcuni aspetti “inquietanti”. Spesso solo controlli ravvicinati o l’agobiopsia possono dirimere i dubbi. Vi è però da dire che la Fibroadenosi molto “densa” o la presenza di grosse cisti raggruppate – pur benigne – può rendere di difficile interpretazione il quadro strumentale.

NOTA 3: La Fibroadenosi non è un fattore di rischio tumorale ma è un processo di invecchiamento del tessuto ghiandolare che termina con la morte delle cellule che producono il latte – quindi queste cellule vanno incontro al loro destino naturale. Al contrario il cancro si sviluppa da cellule che si “rifiutano” di invecchiare e morire e quindi “aggrediscono” il loro ospite per sopravvivere a tutti i costi. Inoltre – secondo alcune teorie recenti – il cancro originerebbe da cellule primitive (simili alle cellule staminali di cui si parla tanto), che restano come “dimenticate” nell’organismo e che, ad un certo punto, si riproducono, impazziscono, e si comportano in modo aggressivo. 

NOTA: Non esiste una terapia medica. La “pillola” è sostanzialmente “neutra” ossia non fa né male né bene (anche se in certi casi può accentuare dolore e gonfiore) e soprattutto verosimilmente non aumenta il rischio di cancro mammario (discorso a parte per soggetti che presentano fattori di rischio).

In alcune donne, nel corso di una ecografia, i condotti del latte possono apparire dilatati per accumulo di secrezione nel loro interno. Spesso questi “canali” appaiono più evidenti in donne che hanno allattato molto o comunque non sono necessariamente segno di patologia (specie se la dilatazione è modesta e se hanno un decorso regolare). In altri casi però i dotti appaiono anche molto dilatati (simulano delle cisti di forma irregolare), tortuosi, e possono mostrare al loro interno come dei piccoli “polipi” – che si chiamano papillomi. In alcuni casi questi papillomi si rendono manifesti poiché provocano secrezione dal capezzolo – qualche volta anche sanguinamento – oppure possono causare infiammazioni rilevanti (delle vere e proprie Mastiti seppure non legate all’allattamento).

Per se stessa la Papillomatosi dei dotti sarebbe una patologia Benigna. Tuttavia le cellule dei Papillomi possono mostrare qualche atteggiamento relativamente “irrequieto” e – soprattutto – si deve rammentare che l’80 – 90% dei tumori maligni della mammella origina appunto dai condotti del latte. Quindi il rilievo di segni compatibili con una certa “irrequietezza” di questi tessuti deve raccomandare una certa prudenza.

Ma quanto la presenza di Papillomi aumenta il rischio di futura possibile insorgenza di un tumore maligno? Non è semplice dirlo. In passato – quando si diagnosticavano solo le forme più gravi di papillomatosi o quando i papillomi venivano rilevati in associazione a tumori maligni francamente evidenti – si riteneva che il rischio di deviazione fosse piuttosto elevato. Oggi l’affinamento delle tecniche ecografiche permette di rilevare forme di papillomatosi “minime” in molte donne del tutto asintomatiche e che verosimilmente non svilupperanno mai un cancro, e si è addirittura accertato che alcune precancerosi possono regredire spontaneamente. Per definire meglio il rischio di una particolare donna affetta da papillomatosi si dovrebbe tenere conto anche di altri fattori, per esempio la familiarità per tumori maligni (vedi oltre), dell’entità del reperto ecc. Tuttavia il migliore indicatore di un rischio effettivamente aumentato resta l’individuazione su biopsia chirurgica di particolari alterazioni strutturali del tessuto (di cui esistono vari “gradi”) che possono avere il significato di precancerosi. Il problema è che non si possono sottoporre a biopsia tutte le donne in cui si rilevano sospetti di papillomatosi – l’agobiopsia non è molto utile, e, inoltre, nelle forme più marcate, una larga parte della mammella mostra qua e la segni più o meno evidenti di questa patologia. Non è possibile pensare di asportare ed esaminare tutti i focolai evidenziati.

Se è presente secrezione dal capezzolo si può praticare su questa un esame citologico, ma l’affidabilità non è molto elevata. Quello che è certo è che queste donne – specie se presentano altri fattori di rischio – non dovrebbero accontentarsi di effettuare solo i controlli di routine previsti dai protocolli di screening e, soprattutto, dovranno essere sottoposte frequentemente all’ecografia, lasciando alla mammografia un ruolo di pur indispensabile complemento.

Le patologie dei condotti del latte non sono in genere svelate dalla mammografia. Anche l’ecografia deve essere eseguita rispettando determinate procedure: in caso contrario i dotti dilatati possono essere scambiati per banali microcisti. Tuttavia le dilatazioni dei dotti possono essere più evidenti in un momento e meno in altri, a seconda di quanto secreto si è accumulato.

Rammentate ancora che la papillomatosi ha spesso una certa incidenza familiare – in certi casi sarebbe opportuno quindi valutare appropriatamente anche le altre donne della famiglia, anche se asintomatiche – tanto più se sussiste una storia familiare di tumori mammari.

Diagnosi Diagnosi

La diagnostica delle patologie della mammella si basa su tre metodiche principali: Mammografia, Ecografia e Biopsia (mediante Agoaspirazione o Chirurgica a cielo aperto). Nessuna delle tre metodiche è da ritenersi completamente esaustiva - piuttosto esse si devono ritenere complementari. Altre metodiche come Risonanza Magnetica o PET hanno un ruolo quando vi siano rilevanti dubbi diagnostici – non sono esami di routine.

L'ecografia viene eseguita mediante ultrasuoni. Essa risulta priva di inconvenienti e non provoca dolore. L'ecografia "vede" meglio il tessuto ghiandolare propriamente detto, e quindi in modo "diretto" le lesioni che da esso originano. Vi sono poi tecniche collaterali che permettono di evidenziare altri particolari (ad esempio con il Color Doppler si possono valutare i vasi che irrorano una lesione). L'ecografia permette anche di valutare condizioni patologiche che non rappresentano ancora "deviazioni" maligne ma che debbono essere sorvegliate attentamente poichè potrebbero rappresentare un elemento di rischio. L'Ecografia può essere utilizzata agevolmente nelle donne che sono portatrici di protesi (tuttavia, in certi casi, la protesi può alterare la qualità dell'immagine, poichè causa uno stiramento della ghiandola) ed in gravidanza. L'interpretazione dell'esame ecografico può essere resa difficoltosa da particolari condizioni (mammelle molto grandi o molto dense, estese cicatrici).

L’Ecografia deve essere sempre bilaterale. È indispensabile il raffronto tra i due lati e – spesso – si scovano reperti patologici proprio nella mammella che non mostra segni clinici di rilievo.

La mammografia valuta piuttosto le “distorsioni” della struttura dei tessuti indotte da lesioni patologiche e la presenza di calcificazioni che possono caratterizzare alcuni tessuti patologici. Normalmente si dice che non dovrebbe essere eseguita una Mammografia prima dei 40 anni. Questo è solo in parte vero: se necessario può essere eseguita a qualsiasi età, tuttavia prima dei 40 anni spesso la mammella è relativamente “opaca” ai raggi X - quindi è preferibile l’Ecografia.

Il fatto che le due metodiche hanno caratteristiche assai diverse rende conto del motivo per cui in alcuni casi il reperto radiologico e quello ecografico possono apparire sostanzialmente discrepanti

Un singolo esame Eco- o Mammografico può non essere dirimente. Talvolta solo la ripetizione a breve scadenza - per valutare le modificazioni di un reperto - può permettere di precisare la diagnosi.

Entrambe le metodiche hanno certamente il vantaggio di svelare patologie molto gravi prima che diventino clinicamente manifeste. Purtroppo l'aumentata sensibilità comporta anche lo svantaggio di aumentare i reperti che vengono classificati di natura “dubbia”, che tuttavia, almeno in certi casi, allarmano molto e spesso costringono ad altri accertamenti, anche invasivi, che si rivelano poi "inutili" - questo rappresenta un "costo" non indifferente ed un “rischio” che è comune a tutte le metodiche di "diagnosi precoce".

Un gran numero di ecografie e/o mammografie vengono eseguite avendo come unica motivazione il Dolore Mammario. Anche se questo sintomo può essere molto allarmante – e molto fastidioso – si deve ammettere che nella stragrande maggioranza dei casi la diagnostica strumentale non è in grado di trovare una causa. Sovente questa apparente mancanza di corrispondenza tra sintomo e reperto obiettivo lascia perplesse le pazienti – qualche volta paradossalmente insoddisfatte.

È pur vero che raramente le patologie maligne della mammella danno come primo sintomo il dolore (e qualcuno ritiene questa osservazione rassicurante – ma non bisogna generalizzare). In ogni modo il dolore mammario spesso accompagna l’evoluzione della Fibroadenosi (che, ricordiamo, non è una vera e propria patologia, ma, entro certi limiti, un naturale processo di “invecchiamento” della ghiandola mammaria, che in genere si attenua dopo la menopausa). Specie in donne giovani il dolore mammario può accompagnare disordini ormonali o l’uso di Pillola e analoghi.

Occorre soprattutto ricordare che la mammella è un organo ricchissimo di fibre nervose e, come altri organi - ad esempio la mano - serba spesso per anni la “memoria” di precedenti “lesioni” (ad esempio traumi anche lievi, magari ripetuti, sollecitazioni dovute all’attività fisica, ingorgo mammario o mastite, esiti di interventi chirurgici e via dicendo). A volte il dolore può non essere di origine mammaria, ma da nevriti costali o altro. Ma, comunque, in moltissimi casi permane impossibile da spiegare.

Ci sono alcuni, frequenti, quesiti riguardo ai tumori alla mammella a cui è importante rispondere.

I tumori maligni della mammella sono ereditari? Nella maggior parte dei casi la risposta a questa domanda è NO – almeno nella maggior parte dei casi. In effetti vi sono dei ceppi famigliari che possono considerarsi a Rischio Elevato – ma solo se ricorrono alcune circostanze. Si sono individuati alcuni ceppi famigliari in cui si osserva una ricorrenza elevata di tumori mammari maligni ma anche neoplasie di altri organi (Ovaio, Endometrio, Stomaco, Colon e Fegato, Polmone) e che compaiono talvolta associate anche nella stessa persona. E’ possibile – quando il rischio venga considerato davvero elevato (per fare un esempio: madre e due sorelle affette da carcinoma mammario) - effettuare una complessa ricerca genetica che permette l’individuazione dei Geni patologici e di meglio quantificare il rischio per quella determinata persona (ribadiamo comunque che si tratta di casi molto rari).

Come devo regolarmi se nella mia famiglia vi è stato solo un singolo caso di tumore della mammella? Se si tratta solo di casi sporadici in consanguinei di secondo o terzo grado in linea di principio questi non modificano sostanzialmente il rischio di ammalarsi. Se si tratta invece di un singolo caso, ma occorso nella madre o in una sorella (specie in età giovanile), pur non essendo il caso di allarmarsi eccessivamente, sarà opportuno effettuare controlli più frequenti di quanto proposto dai consueti Protocolli di Screening di Massa – in particolare se si sono segnalati in precedenza fattori di rischio specifici, per esempio patologie significative dei condotti del latte (papillomatosi multipla). Si ribadisce che al contrario patologie benigne come la fibroadenosi (anche intensa), che pure hanno una certa ricorrenza famigliare, non modificano la valutazione del rischio per Neoplasie maligne.

Cosa sono i programmi di Screening del carcinoma mammario? Sono davvero utili? In molte Regioni il Servizio Sanitario ha attivato questi programmi di screening di massa. Sono programmi di indubbia utilità per perseguire la diagnostica precoce e sono affidati in genere a Strutture e Professionisti di provata capacità. Occorre però precisare che in Medicina si definiscono Test di Screenig quelle procedure che sono volte ad individuare, in una popolazione “normale”, quei soggetti che possono presentare un rischio aumentato di manifestare una certa patologia.

Ma attenzione: i test di screening non “fanno diagnosi” ma servono ad individuare i soggetti che devono essere sottoposti ad un approfondimento con altre tecniche diagnostiche. I test di screening non danno risposte del genere sano – malato, ma solo di rischio normale – aumentato di recare una certa patologia. Lo screening è quindi solo il primo passo di una procedura che può essere assai complessa. Vi è anche da dire che i Programmi di Screening devono corrispondere a criteri di efficienza (ossia devono avere un rapporto costi / benefici accettabile). Di conseguenza:

  1. vengono mirati alla fascia di popolazione considerata “a rischio” per età (in prevalenza si rivolgono a donne tra 45 e 65);
  2. la cadenza degli esami (in genere 18-24 mesi)è stabilita sulla base del tempo medio in cui un tumore mammario si rende manifesto (vedi anche al punto successivo);
  3. lo screening non è mirato a studiare le patologie benigne (quindi può accadere che una donna che pur tuttavia è affetta da fibroadenomi, papillomi ecc. sia giudicata “normale” dallo screening);
  4. in genere lo screening si basa solo sulla Mammografia (meno costosa e che si presta meglio ad effettuare esami su “grandi numeri”) mentre l’ecografia viene proposta solo come esame “di approfondimento” (ma in questo modo viene perduta la sinergia positiva e l’effetto di “controprova” che si ha quando le due metodiche vengono associate sistematicamente);
  5. i Programmi di Screening non sono appropriati per tenere sotto controllo soggetti giudicati “ad alto rischio” – per famigliarità ecc.
  6. I programmi di Screenig non escludono una periodica consultazione dello Specialista di fiducia – per fare un paragone lo Screening è come il Nutrizionista (che si occupa dell’alimentazione di una Popolazione), il vostro Ginecologo di fiducia è paragonabile al Dietologo (che si occupa della Vostra dieta).

Come mai può accadere che ad alcune donne venga diagnosticato un carcinoma della mammella solo pochi mesi dopo che hanno eseguito un controllo di routine con esito negativo? Ovviamente l’“errore medico” non può mai essere escluso. Vi è comunque da rimarcare quanto più volte esposto in precedenza: alcuni tumori mammari, almeno in fase iniziale, possono simulare banali patologie benigne o addirittura strutture del tutto normali – almeno fino a quando non hanno superato certe dimensioni – ed anche come particolari condizioni individuali (ad esempio una mammella molto “densa” o “grossa”) possono limitare la possibilità di diagnosticare precocemente lesioni patologiche, specie se ancora molto piccole. 

Vi è comunque da dire che la storia biologica di un tumore mammario è quanto mai variabile da soggetto a soggetto. Vi sono dei casi in cui si può presumere che dalla prima “deviazione” delle cellule alla manifestazione clinica della malattia possano decorrere anche 10 anni. Ovviamente in questo caso è più probabile che prima o poi un esame di screening possa svelare la patologia in forma molto iniziale. Ma in altri casi questo intervallo può ridursi ad un solo anno o anche meno – in particolari condizioni, come in gravidanza, certi tumori hanno un decorso “esplosivo” tanto da rammentare una Mastite da allattamento. Vi sono poi delle forme in cui il focolaio primario del tumore non supera i pochi millimetri, ma provoca già metastasi a distanza – che si evidenziano quindi prima ancora del tumore originario. È chiaro che queste forme sfuggono facilmente alla diagnostica di routine.

Nel complesso si può stimare che Ecografia e Mammografia abbiano una possibilità di diagnosticare un carcinoma della mammella prima che diventi clinicamente manifesto nel 70 – 80% dei casi (ed è indubbiamente una percentuale non esaltante – sicuramente inferiore alla accuratezza diagnostica che può garantire la diagnostica per altri organi, come l’utero). Sempre per citare un dato statistico: se si segue un protocollo di screening che prevede l’esecuzione di una mammografia ogni 24 mesi ci si deve attendere comunque che in queste donne un 20 - 30% dei carcinomi si sveli nell’intervallo di tempo che segue un esame con esito Negativo e prima di quello successivo programmato (sono definiti “Carcinomi di Intervallo”). È stato dimostrato che ridurre a 18 mesi il periodo tra due esami non modifica significativamente questo dato. Nel complesso comunque l’esecuzione di esami di screening ha migliorato sensibilmente la probabilità di guarigione nella maggior parte delle donne - ancor di più gli accertamenti più frequenti e “mirati” nei soggetti classificati ad alto rischio. È certamente un risultato importante, anche se ancora molto si potrà fare.

Può essere utile ricercare nel sangue certi “marcatori” dei tumori come si fa nei maschi per il tumore della Prostata? È vero che alcuni tumori maligni della mammella producono delle sostanze che possono essere dosate nel sangue. Tuttavia questo non accade sempre e talvolta solo i tumori relativamente “grandi” o “avanzati” ne producono una quantità significativa. Quindi la ricerca di questi marcatori non si presta per la diagnosi precoce – come accade per la prostata. Semmai possono essere utili per la “sorveglianza” nel tempo di donne già trattate per un carcinoma mammario.

È ancora proponibile l’autopalpazione come tecnica di “diagnosi precoce”? Come diagnosi “precoce” certamente no – almeno se si considera che secondo i criteri attuali la diagnosi dei tumori si dice precoce quando questi non sono appunto “palpabili” (nemmeno dal ginecologo). Semmai può avere un ruolo come un “qualcosa in più, che non guasta”, oppure come un modo per tenere sotto controllo le dimensioni di una lesione già diagnosticata. Tuttavia l’autopalpazione ha molti limiti. In mammelle molto “fibrose” si palpa di tutto e di più, con un effetto ansiogeno tutto meno che desiderabile! Tenete comunque conto che in mammelle molto dense o molto grandi spesso non ci si raccapezza nemmeno il vostro Ginecologo!.

Se praticate l’autopalpazione per tenere sotto controllo una lesione tenete presenti alcune regole: alcune lesioni (cisti o fibroadenomi) possono variare di dimensioni in più o in meno a seconda della fase del ciclo, dell’uso di pillola, dello stato ormonale in generale. Non palpatele in continuazione: serve solo ad alimentare l’ansia e non serve per accorgervi se aumentano davvero di dimensioni. Le variazioni si percepiscono solo se intercorre un certo lasso di tempo. Se avete secrezione dal capezzolo, ugualmente non spremetelo troppo spesso: anche questo crea ansia e la manipolazione troppo frequente può aumentare la secrezione

dottore e dottoressa

Consulta la lista degli specialisti disponibili che si occupano di Nodulo al seno. Verifica gli specialisti vicino a te 

Cure e Trattamenti Cure e Trattamenti

Alcuni tipi di tumori della mammella (circa il 10% dei casi) appaiono in ecografia e mammografia con caratteri di lesioni del tutto benigne o addirittura assumono le sembianze di strutture del tutto normali. In alcuni casi può accadere che mentre l'esame palpatorio pone dubbi abbastanza consistenti, al contrario le indagini strumentali possano risultare falsamente tranquillizzanti. In questi casi solo l'integrazione delle diverse metodiche, eventualmente con esami biochimici, Risonanza Magnetica ecc., ma soprattutto il controllo ripetuto ed a brevi scadenze, permettono di porre la diagnosi.

Spesso, quando si evidenziano lesioni nodulari che comportano un certo grado di sospetto, è necessario praticare una biopsia chirurgica. Si deve rammentare che lo scopo della diagnostica ecografica e mammografica non vuol dire fornire una diagnosi definitiva ma tra le diverse lesioni è importante selezionare quelle che meritano un approfondimento diagnostico. La biopsia può essere eseguita con incisione oppure con agoaspirato, ossia prelevando delle cellule "pungendo" la lesione con aghi speciali. Quest'ultima tecnica è ambulatoriale, non richiede in genere anestesia, tuttavia non è esente da errori: talvolta il materiale prelevato non è sufficiente per una diagnosi, in altri casi - specie con lesioni molto piccole - non si può essere del tutto certi di aver effettuato il prelievo nella giusta sede. In ogni caso se sussistono dubbi è meglio procedere successivamente anche al prelievo chirurgico vero e proprio. Anche se il reperto dell'agobiopsia risulta negativo e si è relativamente sicuri dell'accuratezza del prelievo, la lesione deve essere rivalutata nel tempo.

Per l'ecografia non sono stati fissati finora protocolli specifici per definire gli intervalli tra controlli successivi in assenza di patologia manifesta - in genere l'ecografia è un esame più "clinico" -, viene quindi spesso praticato su indicazione specifica - ovviamente la sua innocuità, la ripetibilità, e semplicità di esecuzione la rende un ottimo "supporto" alla pratica clinica tradizionale. Per quanto riguarda la Mammografia si ritiene sufficiente – in assenza di specifiche indicazioni – effettuare l’esame ogni 18 / 24 mesi. Ad ogni visita è indispensabile esibire tutta la documentazione degli esami precedenti, specie di eventuali biopsie chirurgiche o agobiopsie.

Note:

  • Il contenuto di questa scheda informativa ha fini esclusivamente divulgativi.
  • La trattazione è stata redatta tenendo conto solo di acquisizioni scientifiche con valore di evidenza, Pareri di Autorevoli Esperti, Prassi Consolidate e Condivise dalla maggioranza della Comunità Scientifica. Tuttavia si riferiscono anche Opinioni Personali dell’estensore che potrebbero discostarsi in parte da quelle di pur Autorevoli Colleghi (queste opinioni personali peraltro sono sempre evidenziate come tali).
  • Le Schede informative non hanno la pretesa di esaurire le problematiche relative a ciascun argomento.
  • Alcuni aspetti di questo argomento Non sono stati volutamente trattati poiché chiamano in causa anche le Linee Guida che si danno le diverse Strutture Sanitarie (spesso tra loro discordanti, talvolta espressione di contingenze locali, altre volte frutto di una lettura personale del problema da parte dei Responsabili Operativi), e ciò potrebbe ingenerare conflitti di opinione.
  • Quanto esposto non dovrà mai essere in alcun caso inteso come una guida all’Autodiagnosi o all’Automedicazione, né come traccia per giudicare dell’operato di altri Sanitari.
Dr. Claudio Stefano Zanno
A cura del Dr. Claudio Stefano Zanno
Ginecologo

Specialisti che si occupano di nodulo al seno

Scegli la provincia di tuo interesse e prenota gratuitamente una visita in pochi click.

oppure scegli una provincia

I tuoi Medici preferiti

Caricamento...