(articolo pubblicato sul n. 10-12 2010 della rivista Cuore e Salute)

L’attività fisica fa bene. Quale medico non ha ripetuto questa frase fino allo sfinimento e quale paziente non se la è sentita ripetere quasi con altrettanta frequenza? Ciò nonostante in tutto il mondo occidentale la sedentarietà e l’obesità, che ne è in parte conseguenza, sono in costante aumento. Tra le numerose giustificazioni che i più pigri tra i nostri pazienti adducono per giustificare il loro ridotto livello d’esercizio vengono spesso citate la mancanza di tempo, l’inutilità di iniziare un’attività fisica in età avanzata o l’erronea percezione che i benefici possano derivare solo da alti carichi di lavoro. 

Negli ultimi mesi sono stati però pubblicati o presentati ad importanti congressi internazionali i risultati di vari studi i quali, oltre che comprovare ulteriormente i benefici dell’attività fisica regolare, sembrano essere stati ideati appositamente per confutare alcune delle obiezioni che abbiamo appena citato. Su uno degli ultimi numeri di Circulation sono infatti stati resi noti i risultati di uno studio americano che ha indagato il rapporto tra mortalità e capacità di esercizio in 5.314 soggetti anziani ove con questo termine si intendevano individui con età compresa tra 65 e 92 anni. Il primo dato emergente era la conferma, anche in una popolazione di età avanzata, di un associazione inversa tra il rischio di mortalità da ogni causa ed il livello di attività fisica. La capacità di esercizio rilevata ad inizio studio nei 2.337 sogetti che sarebbero poi andati incontro al decesso nel corso degli 8 anni di follow up era infatti di 5,3 METs contro i 6,3 METs di quelli che erano ancora in vita al termine dello studio. Tradotto nelle asettiche ma esplicative cifre statistiche il risultato indica che coloro che erano in grado di compiere esercizi > 5 METs avevano una riduzione del 38% del rischio di morte rispetto a quelli che presentavano invece una capacità di lavoro inferiore a tale soglia. Specifichiamo che un MET corrisponde al consumo di ossigeno necessario al mantenimento del metabolismo basale ossia è una misura del consumo energetico a riposo. Quando si dice che un’attività fisica corrisponde, ad esempio, a 4 METs si intende pertanto che la richiesta di energia per effettuare tale attività è 4 volte superiore all’energia che l’organismo consuma quando è a riposo. Nello studio in questione all’aumentare di ogni MET di capacità d’esercizio si assisteva ad un’ulteriore riduzione del 12% del rischio di decesso fino ad arrivare, nei soggetti più allenati, quelli cioè con una capacità di esercizio > 9 METs, ad una riduzione del rischio del 61%. Gli altri due dati estremamente significativi che lo studio portava in evidenza erano che la relazione tra capacità d’esercizio e mortalità era la stessa sia nei soggetti più giovani (< 70 anni) che in quelli più maturi (> 70 anni) e che i soggetti inizialmente poco allenati che miglioravano però la loro capacità di performance nel corso del tempo presentavano una riduzione del rischio di morte del 35% rispetto a coloro che si mantenevano vittime della loro pigrizia per tutta la durata dello studio. Questi due ultimi risultati quindi da un lato ribadiscono l’importanza dell’esercizio in ogni fascia d’età e dall’altro sottolineano come non sia mai troppo tardi per iniziare ad incrementare il proprio grado di attività fisica.

Al recente congresso della Società Europea di Cardiologia sono poi stati presentati i risultati preliminari di una studio norvegese in cui pazienti con scompenso cardiaco venivano sottoposti ad un programma di attività fisica consistente in 4 cicli  di 4 minuti l’uno di camminata sul treadmill al 90-95% della frequenza cardiaca teorica massima alternati con periodi di 3 minuti al 50-70% della frequenza cardiaca di picco. Tale schema di esercizio, che includendo riscaldamento e defaticamento richiedeva complessivamente solo 38 minuti, forniva risultati migliori rispetto ad un programma più tradizionale rappresentato da 47 minuti di esercizio svolto costantemente al 70-75% della frequenza massima. Tali dati rafforzano quindi l’evidenza che anche carichi di lavoro non eccessivi si traducono in benefici clinici sensibili.

Infine, nella stessa occasione congressuale sono stati diffusi i risultati di uno studio tedesco (da interpretare però con cautela a causa della sua precoce interruzione per difficoltà di arruolamento dei pazienti) in cui soggetti con angina stabile sottoposti a 12 mesi di training fisico presentavano gli stessi risultati, in termini di soglia anginosa, miglioramento della perfusione miocardica e capacità d’esercizio, rispetto a quelli sottoposti a rivascolarizzazione percutanea.

La sintesi che possiamo trarre dai risultati degli studi succitati è che non è solo con il bypass, con l’angioplastica o con lo stent che si deve trattare l’aterosclerosi ma che per modificare veramente la storia naturale di tale malattia è necessario associare anche un corretto stile di vita che comprenda, tra l’altro, una regolare attività fisica.

Non c’è niente di nuovo comunque sotto il sole visto che già 2.500 anni fa Ippocrate concludeva uno dei suoi testi più famosi affermando che  “…per mantenersi in salute oltre a basarsi su un’accurata alimentazione bisogna affiancare anche degli esercizi fisici”.

attività sportiva


Bibliografia

Kokkinos P, Myers J, Faselis C et al. Exercise capacity and mortality in older man. Circulation 2010; 122: 790: 797.

Amundsen B et al. SMARTEX-HF study. Oral presentation at 2010 congress of European Society of Ccardiology.

Hambrecht R et al. PET Multicenter study. Oral presentation at 2010 congress of European Society of Ccardiology.