(articolo pubblicato sul n. 3-4 2010 della rivista Cuore e Salute)

Ci sono date che scandiscono tappe importanti nella storia della medicina e tra queste sono senza dubbio da annoverare quelle che liberano i pazienti dalla schiavitù di farmaci di difficile impiego. Perdonatemi l’enfasi forse eccessiva, ma il 17 settembre 2009 potrebbe essere una di queste date in quanto in questa data sono stati pubblicati sul prestigioso The New England Journal of Medicine i risultati dello studio “Dabigatran versus Warfarin in Patients with Atrial Fibrillation (RE-LY)”.

Cercherò di spiegarmi: la fibrillazione atriale induce un aumentato rischio di ictus embolico per ridurre il quale i pazienti affetti da tale patologia dovrebbero assumere i farmaci anticoagulanti, ossia gli inibitori della vitamina K, come il Warfarin. Tali farmaci, oltre ad aumentare il rischio emorragico (del resto sono degli anticoagulanti), sono di gestione estremamente difficile a causa delle loro molteplici interazioni sia con gli alimenti che con altri farmaci che ne variano di molto l’assorbimento. La conseguenza è l’impossibilità di stabilire un dosaggio fisso, come avviene invece usualmente per la maggior parte delle altre medicine, e la necessità di dover ricorrere a frequenti prelievi ematici necessari all’aggiustamento della posologia. Per tali motivi questi farmaci sono spesso non utilizzati affatto, anche quando dovrebbero, o vengono presto abbandonati dai pazienti. O, infine, anche in chi persevera, il livello di anticoagulazione che si ottiene, nonostante tutti gli sforzi di medico e paziente, è spesso inefficace.

Il dabigatran è invece un differente tipo di anticoagulante orale, un inibitore competitivo della trombina, che, meno suscettibile del warfarin alle interazioni farmacologiche ed alimentari, non necessita di variazioni di posologia o di regolari controlli ematici del livello di anticoagulazione.

Lo studio in questione ha confrontato due diversi dosaggi (110 e 150 mg) in duplice somministrazione giornaliera di dabigatran con il warfarin in oltre 18.000 pazienti con fibrillazione atriale ed almeno un addizionale fattore di rischio per l’insorgenza di ictus. I risultati hanno mostrato che il dosaggio inferiore (110 mg) del nuovo farmaco era associato ad un rischio di ictus ed embolia sistemica simile a quello del warfarin ma con un minore rischio emorragico mentre il dosaggio più elevato (150 mg) presentava la stessa frequenza di eventi emorragici del warfarin ma riducendo, rispetto a quest’ultimo, l’occorrenza di ictus ed embolia sistemica.

Se questi dati, che sembrano fin troppo belli per essere veri (è soprattutto da escludere che il dabigatran non causi un aumento del rischio di infarto), saranno confermati sarebbe una vera liberazione per tutti.

In primo luogo una liberazione per il paziente che non dovrà più vivisezionare ogni alimento che gli venga presentato sul piatto, od interrogare con severità la moglie sulla larghezza delle foglie della verdura che si sta preparando a mangiare (dopo che qualche medico zelante gli avrà sicuramente e giustamente raccomandato di evitare quelle a foglia larga). Una liberazione per il paziente che non dovrà più leggere scrupolosamente dalla prima all’ultima riga del bugiardino di ogni altro farmaco alla ricerca della temuta interazione con il warfarin. Ancora, una liberazione, sempre per il paziente, dall’obbligo di andare ogni settimana o quasi, col freddo o con il caldo, in città od in vacanza, a sottoporsi al fatidico prelievo ematico.

Una liberazione, infine, per il medico dalla schiavitù delle infinite telefonate sempre uguali: “Dottore, ho fatto l’INR, quanto ne devo prendere?”

 

Bibliografia

Connolly SJ, Ezekowitz MD, Yusuf PS et al. Dabigatran versus Warfarin in Patients with Atrial Fibrillation (RE-LY). N Engl J Med 2009; 361: 1139-1151