Quante volte avete provato a contattare il vostro medico di famiglia e avete trovato solo risposte tardive, liste d’attesa lunghe o una continuità assistenziale approssimativa? Quella che molti avvertono come “difficoltà nel rapporto con il medico di fiducia” non è un episodio isolato: è il sintomo di un problema strutturale della medicina territoriale italiana che sta rapidamente peggiorando.
Quanto è grave la situazione? I numeri che contano
- La Fondazione GIMBE stima una carenza di circa 5.575 medici di medicina generale al 1° gennaio 2024 — un vuoto che pesa soprattutto nelle aree con più popolazione anziana;
- la popolazione italiana è invecchiata: la quota di residenti ≥65 anni è passata dal 12,9% del 1984 al 24% nel 2024, con rilevanti implicazioni sulla domanda di cure primarie;
- già nel 2020, oltre il 38% dei medici di medicina generale superava la soglia dei 1.500 assistiti, valore massimo previsto per garantire un’assistenza adeguata; da allora la situazione è peggiorata. Questo comporta sovraccarico di lavoro e minore disponibilità per visite programmate o preventive.
Questi numeri spiegano perché in molte zone il medico è introvabile: non si tratta solo di una cattiva organizzazione locale, ma di un rapporto sbilanciato tra offerta e domanda che si sta progressivamente deteriorando.
Perché siamo arrivati a questo punto? Cause principali
- Invecchiamento della professione: una quota consistente dei medici di famiglia ha età prossima alla pensione; tra il 2024 e il 2027 decine di migliaia di incarichi andranno in scadenza;
- scarsa attrattività della medicina generale per i giovani medici: retribuzioni inadeguate, carico di lavoro elevato, orari poco flessibili e minore prestigio percepito rispetto ad altre specialità;
- numero insufficiente di posti formativi e flussi irregolari per la formazione specifica in medicina generale: le borse e i concorsi non sempre coprono il fabbisogno reale, creando un gap strutturale;
- migrazione verso il privato o l’estero: molti medici scelgono il settore privato o opportunità estere per condizioni economiche o organizzative migliori. Questo “esodo” erode ulteriormente il servizio pubblico.
Quali sono le conseguenze per i cittadini?
- accesso più difficile alle cure primarie: liste d’attesa, visite posticipate, ridotta possibilità di monitoraggio di cronicità;
- aumento della spesa privata: quando il servizio pubblico latita, i cittadini ricorrono al privato a proprie spese, con impatto economico rilevante soprattutto per le fasce più deboli. Recenti analisi indicano un incremento della spesa sanitaria privata a carico delle famiglie;
- rischio di diseguaglianze territoriali: zone rurali e aree a scarsità di servizi sono le più penalizzate, con ampliamento del divario di tutela sanitaria tra territori.
Dal punto di vista del diritto alla salute, questi fenomeni pongono una questione seria: se l’assistenza territoriale si indebolisce, cresce il rischio che l’accesso alle cure diventi diseguale — e questo contrasta con il principio di universalità del Servizio Sanitario Nazionale.
Soluzioni possibili: cosa si può fare ora (e presto)
L’emergenza richiede risposte su più livelli: politiche, organizzative e professionali.
- Aumentare e stabilizzare le borse di formazione per la Medicina Generale: più posti formativi e percorsi certi per i giovani medici sono essenziali per rimpiazzare i pensionamenti;
- migliorare le condizioni contrattuali ed economiche per rendere la medicina generale più attrattiva: retribuzioni adeguate, orari flessibili, incentivi per l’attività in zone carenti;
- riorganizzare l’assistenza territoriale in team multidisciplinari (medici, infermieri di famiglia, specialisti territoriali, figure di coordinamento): la presa in carico dei pazienti cronici può diventare più efficiente senza sovraccaricare il singolo medico;
- sviluppare e integrare la telemedicina e il Point-of-Care: strumenti digitali ed ecografia “al letto del paziente” possono velocizzare diagnosi e ridurre accessi inutili in ospedale, ma vanno regolamentati e remunerati correttamente;
- politiche locali di incentivazione all’insediamento in aree svantaggiate: bonus, supporti logistici e professionali per i medici che scelgono territori con carenza;
- contrastare la privatizzazione non regolata: se il privato riempie i vuoti senza regole, aumenta la spesa diretta delle famiglie e il rischio di accesso diseguale. Serve una programmazione che integri pubblico e privato senza sostituire il SSN.
Qual è il ruolo dei pazienti e della collettività?
I cittadini possono contribuire chiedendo maggiore trasparenza sulle liste d’attesa, sostenendo politiche di rafforzamento della medicina territoriale e utilizzando correttamente i servizi (es. ricorrendo alla guardia medica o al pronto soccorso solo nei casi appropriati). Anche il dialogo attivo con il proprio medico — condivisione di priorità, aderenza terapeutica, uso consapevole della telemedicina — è fondamentale.
Conclusione
La carenza di medici di medicina generale non è un problema tecnico: è un’avvertenza che il sistema sanitario territoriale necessita di una riforma urgente e ben finanziata. Senza interventi strutturali (formazione, contratti, organizzazione a rete, digitalizzazione regolamentata), il rischio è che la cura primaria — punto di riferimento per la prevenzione e la continuità di cura — si indebolisca ulteriormente, con conseguenze per la salute pubblica e per il diritto alla tutela sanitaria universale.
Riferimenti e fonti principali (lettura e verifica)
- Fondazione GIMBE — stima carenza medici di medicina generale (SISAC) e analisi sul tema.
- ISTAT — report qualità dei servizi: percentuale di medici di medicina generale con >1.500 assistiti (dati 2020).
- FIMMG / documenti sull’invecchiamento della popolazione e impatto sui MMG.
- Fondazione Veronesi — panoramica sulla carenza dei medici di famiglia in Italia.
- Rapporto GIMBE / analisi spesa privata e impatto della riduzione dell’offerta pubblica.