L'infanzia è sempre esistita. Tutte le civiltà umane di ogni epoca storica si sono dovute occupare dell’infanzia e del problema di educare ed il fine ultimo è sempre stato far si che l’individuo acquisisse tutti gli elementi che costituiscono una civiltà umana e garantirne la sua partecipazione.

È così che ogni bambino, di qualunque cultura ed epoca, è stato variamente sottoposto all’educazione da parte di un sistema culturale precostituito e nato prima di lui, apprendendo così il linguaggio, i segni, la simbologia, la cultura e soprattutto le regole della civiltà di appartenenza. Che un individuo cresca e s’inserisca nella società umana è d'importanza cruciale e garantisce la sopravvivenza stessa di una civiltà.

Tomasello, psicologo statunitense, ha condensato per noi il concetto di evoluzione culturale cumulativa nell’immagine del “dente d’arresto” richiamandosi ad un meccanismo dentellato che può solo avanzare e non può scivolare indietro. In altre parole, ciò che è appreso viene poi trasmesso alle generazioni successive permettendoci in questa maniera di non regredire e di far nostro il bagaglio della generazione passata, oltre che di quelle che ci hanno preceduto.

C’è chi ha fatto dell’educazione e dell’apprendimento culturale l’essenza stessa dell’essere umano tanto che quest’ultimo, se privato dell’impalcatura culturale è poco più che un animale.

Tale conclusione può sembrare azzardata, eppure quando ai fini dell’800’ lo psichiatra Itard fece la conoscenza del primo “Enfant Savage” nella foresta dell’Aveyron si trovò dinnanzi ad un giovane ragazzo nudo, che mordeva e graffiava e si nutriva di carne cruda non aveva nemmeno acquisito la stazione eretta; un piccolo Tarzan versione francese, successivamente noto col nome di Victor.

Si trattò all’epoca di un inquietante esperimento di psicologia dello sviluppo che mostrò gli effetti della completa deprivazione socio-culturale sull’essere umano, oltre che l'impossibilità di recuperare alcune tappe dello sviluppo come dimostrato dai fallimentari tentativi di Itard d'insegnare a Victor le buone maniere.

Perciò educazione e infanzia sono sempre state al centro dell'attenzione di tutti i gruppi umani, tuttavia lo status d’infanzia è sorprendentemente recente e ha dovuto sbattere i piedi con forza prima di ottenere un riconoscimento.

Dal rapporto pederastico di ellenica memoria, all' infanzia come incapacità di controllare gli impulsi, infanzia idealizzata, divinizzata, fino al profano bambino “perverso polimorfo” figlio di Freud.

Oggi invece l’infanzia è tutelata e difesa, pensiamo alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia dell’89’. Infanzia come oggetto d’interesse della psicologia, della pedagogia e di ogni campo e disciplina umanistica e scientifica.

In generale, la società le ha restituito senso, tutela e dignità e assume verso questa un atteggiamento fortemente garantista. Eppure, aleggia nell'aria la sensazione che la società stia andando nella direzione opposta ai bisogni infantili.

È innegabile il vissuto dei più rispetto al disancoraggio valoriale, il passaggio da un sistema sociale e familiare paternalistico-patriarcale ad una società “senza padre” tanto sul piano simbolico quanto su quello reale.

Gli attuali psicanalisti postfreudiani, da Lacan a Recalcati, sottolineano l’importanza della figura paterna reale e simbolica nell’esperienza del bambino, pena la mancata strutturazione psichica, l’assenza del senso del limite e di dialettica con l’Autorità, col rischio di giungere poi all’estrema conseguenza della non-integrazione dell’identità che proprio necessita di sperimentare il diverso-da-Sè ed il limite per potersi conoscere-riconoscere.

E quindi il cerchio può anche chiudersi; potremmo accontentarci di dire che la società occidentale così in rapido cambiamento non ci da il tempo di trasmettere tutto o semplicemente qualcosa, perdendo cosiÌ€ quell'aggancio con la generazione successiva che sino ad oggi ci aveva tutelati dal reinventarci da zero. Così non potrà dirsi garantita la crescita di questi figli, orfani di padri e di valori, in una società senza identità e quindi senza individui.

Oppure possiamo solo per un momento trattenerci dalla tentazione di saturare le nostre incertezze con conclusioni plausibili su ciò che saremo e ripartire invece da dati certi su ciò che ci caratterizza quali esseri umani.

L’uomo, dall’alba dei tempi, ha da sempre mostrato grandi capacità di adattamento. Il singolo, i microsistemi ed i macrosistemi umani sono in grado di riorganizzarsi a fronte di squilibri, al pari di cellule tendenti all’omeostasi di se stesse e dell’intero organismo. Ripensando al concetto di resilienza, caro agli psicologi, ci ricordiamo la nostra capacità innata di star bene nonostante tutto; non si tratta tuttavia di una caratteristica squisitamente individuale che pochi super individui possiedono, la possediamo tutti ed è largamente influenzata dalla qualità del contesto socio-relazionale.

È vero pure che tale contesto, oggi, si presenta ai nostri occhi con fisionomie mai viste prima. Le famiglie sono profondamente cambiate: donne senza uomini che fanno per due, figli nati da uteri altrui, padri che diventano madri, inganni, tradimenti.... potremmo addurre mille e più motivazioni raffinatissime di ordine giuridico, antropologico, filosofico, sociologico psicanalitico e quante più altre discipline terminanti con “-ico” per spiegare come e perchè tutto questo non possa andare; eppure le spiegazioni migliori spesso non colgono la complessità umana e non riescono ad attecchire la sfera emotivo-affettiva.

Dire oggi che bisogna ammettere solo famiglie formate da un uomo e una donna con un numero di figli biologici atto a mantenere un tasso di natalità sostenibile può suonare avulso; nondimeno, la “ricetta” per garantire la crescita sana di un individuo, intuitivamente, non è la stessa per tutti.

A questo punto quindi cosa resta di certo? Forse ciò che è certo, universalmente riconosciuto e familiare a ognuno di noi è che la qualità del rapporto con i genitori e delle relazioni con gli altri è ciò che piuÌ€ di ogni altra cosa garantisce il funzionamento sano dell’essere umano.

La psicanalisi ha da sempre cercato di descrivere lo “psicanalista ideale”; alcuni lo hanno descritto come  castrante, organizzatore, simbolizzante il senso del limite, “Paterno”; altri invece empatico, sensibile, rassicurante, “Materno”. Questa iper semplificazione di una diatriba ancora in atto è stata in parte risolta con il “verdetto di Dodo”, ossia che il vero fattore terapeutico per il paziente, predittivo di un suo futuro miglioramento, è trasversale ad orientamenti e metodi psicoterapici ed è proprio la qualità della relazione terapeutica.

Se mi si concede il parallelismo, la qualità delle relazioni, in primis con i genitori, è la chiave per sapere chi siamo, per amare e sentirci amati a nostra volta; ciò è trasversale a tutte le famiglie, eterosessuali o omosessuali, sposate, conviventi o separate, ricostituite, immigrate, cattoliche o laiche, non dipende dalla loro configurazione e ognuna di queste ha le potenzialità per sviluppare buone relazioni fra i membri, poichè ogni essere umano è capace di relazionarsi agli altri se solo ne ha l'occasione.

In mancanza di valori locali, regionali o nazionali, i valori ai quali ogni bambino può essere educato sono quelli transnazionali e universali, basati sul rispetto della vita e la tolleranza delle differenze; educare attraverso l’empatia, la curiosità e trasmettere un senso di dignità umana per se stessi e per gli altri eÌ€ ciò che forse puoÌ€ ripopolare la società di individui consapevoli e non persone omologate.

Ogni bambino, futuro adulto, nel corso della sua vita sarà disposto a perdonare inevitabili errori e mancanze a genitori, amici, insegnanti, datori di lavoro, politici, Dio, se solo si è sentito amato e rispettato e se avrà introiettato la diversità come valore.

Più facile a dirsi. Mal che vada la resilienza, per definizione, ci farà superare anche questa, in un modo che forse oggi non ci è dato ancora sapere.