Abstract


I disturbi dell’umore, tanto diffusi e comuni da essere stati definiti il “male del secolo”, sono in realtà disturbi di cui l’umanità ha sempre sofferto. Al punto che già nel I sec. A.C. ne parlava, con sconcertante modernità, Areteo di Cappadocia. Oggi, l’ultima edizione di uno dei principali sistemi diagnostici internazionali, il DSM 5, li distingue in due categorie distinte:
 
  • i Disturbi Depressivi: si presentano, caratteristicamente, in stati prolungati di eccessiva tristezza, alternati a periodi di normalità;
  • ed i Disturbi Bipolari: stati che oscillano da manifestazioni di traboccante gioia o di eccessiva euforia a manifestazioni depressive.
Il presente lavoro si prefigge lo scopo di fornire una visione complessiva dei due disturbi che si presentano.

L’ascolto empatico, la competenza e l’esperienza professionale saranno essenziali nella capacità di differenziare disagi esistenziali (poiché oscillazioni di stati d’animo, di affetti e di sentimenti appartengono a tutti) da severe patologie. 

Il trattamento dei disturbi dell’umore prevede la somministrazione di diverse classi di farmaci. Ma preziosi saranno gli interventi psicoterapeutici, orientati a far sì che gli individui possano trovare un nuovo modo di ascoltare se stessi e gli altri e possano riflettere come, a volte, gioie e dolori dell’animo pervadono il sentire emotivo per fare emergere la parte più autentica del sé.

Cosa sono 

 
I disturbi dell’umore, definiti anche disturbi “affettivi”, così diffusi e comuni in tutto il mondo tanto da essere stati definiti il “male del secolo”, costituiscono manifestazioni di una o più patologie, ciascuna delle quali è caratterizzata da sintomi tra loro differenti ma legati, tuttavia, da una comune caratteristica: la patologica alterazione dell’umore, vale a dire dello stato emotivo che permea gli individui in relazione a determinate situazioni ed a determinati avvenimenti.

In altre parole, l’umore descrive lo stato del sè in relazione all’ambiente, esprime lo stato d’animo con cui il mondo, sia interno che esterno, viene percepito. Esiste una vastissima gamma di variazioni di quello che può, ragionevolmente, essere definito “umore normale” ovvero un umore in cui il saper reagire in modo congruo e flessibile agli stimoli comporta stati d’animo improntati al benessere, improntati al cosiddetto “buon umore”. Così come esistono diverse sfumature del “cattivo umore”, di quello stato d’animo negativo che, generalmente, comporta vissuti di malessere ed appartiene a personalità rigide ed emotivamente chiuse.

L’ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali utilizzato da Psichiatri e Psicologi di tutto il mondo, il DSM 5, intende l’umore come un’atmosfera pervasiva e durevole, come qualcosa che, in un certo senso, appartiene caratterialmente all’individuo. L’umore è, quindi, uno stato emotivo prolungato nel tempo. Tuttavia, in alcune situazioni, il “tono dell’umore” (tono è riferito allo stato d’animo di un determinato momento) può subire alterazioni, può subire oscillazioni anche senza apparenti cause.

Se tali dinamiche tendono a ripetersi (pur dando sempre una estrema attenzione a non incorrere nell’errore di diagnosticare come patologie sofferenze e disagi esistenziali) le variazioni dell’umore potrebbero essere riferite ad un disturbo di tipo “ciclotimico”. Infatti, all’interno del citato DSM 5, se per un periodo di due anni almeno la metà del tempo è abitato da atteggiamenti ipomaniacali (ovvero da stati eccitativi attenuati), alternati a stati d’animo depressivi, senza che tali manifestazioni siano correlate a sostanze di abuso o ad altre condizioni mediche (come ad esempio l’ipertiroidismo), sarebbero soddisfatti i criteri per una diagnosi di “ciclotimia”.

Da questa breve presentazione è già possibile prendere atto della multiformità dei disturbi dell’umore, è già possibile rendersi conto della notevole complessità dei quadri di stato dei “disturbi affettivi” in cui il tono dell’umore può fluttuare da lievi abbassamenti a viraggi abissali, da stati d’animo improntati a leggerezza e gaiezza, fino a giungere ad atteggiamenti francamenti maniacali. Per cercare di comprenderne al meglio la psicopatologia sarà utile, al di là delle sfumature, descrivere le due opposte polarità dell’umore: la mania e la depressione.

La mania è caratterizzata da una traboccante allegria, da un’euforia spesso persistente ed immotivata, da una gioia di vivere che stimola tutte le pulsioni istintive. Nel soggetto:
 
  • aumentano gli impulsi a muoversi e a parlare;
  • gli appetiti sessuali prorompono;
  • la produzione delle idee è così veloce da venir definita “fuga delle idee”;
  • il bisogno di dormire diminuisce drasticamente;
  • ogni tipo di attività viene velocemente iniziata e rapidamente interrotta; stimoli di qualsiasi natura vengono prontamente captati, rendendo gli individui arguti e spiritosi, ma contemporaneamente, superficiali e confusi. l’umore elevato l’umore cosiddetto “espanso” fa apparire ogni cosa nella luce più bella e splendente.
Il comportamento disinibito, sia dal punto di vista della sessualità che da quello della mancanza di freni in tutti i tipi di acquisti (pur senza avere il sufficiente denaro) aiuta ad entrare in una sorta di dimensione “psicopatologica” della felicità.

La depressione si pone esattamente all’opposto. Il suo nucleo è formato da una profonda tristezza, spesso immotivata, alla quale si aggiunge una inibizione di tutta l’attività psichica che, oltre ad essere avvertita in senso soggettivo è constatabile, dal linguaggio del corpo, anche oggettivamente. Tutte le pulsioni istintive, dalla fame al sesso, sono inibite. Non si ha voglia di nulla, non si prova piacere in nulla fino a giungere alla sensazione di un vuoto mentale, di una memoria sconvolta. La profonda tristezza rende il mondo grigio e sconsolato, una melanconica afflizione sembra essere collocata nel petto e nell’addome tanto da dare la sensazione di poterla cogliere lì, nel proprio corpo. Il passato è abitato da colpe, il presente offre solo disgrazie, l’avvenire prospetta scenari terrificanti.

Il primo a concepire una teoria che trattasse congiuntamente le due opposte polarità dell’umore è stato Areteo di Cappadocia che, con sconcertante modernità, già nel I secolo d.C., asseriva: “in molti melanconici la tristezza si attenua e dopo un lasso di tempo variabile si trasforma in felicità. A quel punto il paziente diventa “maniaco”.

Attualmente, sempre nel citato DSM 5, i disturbi dell’umore sono stati suddivisi in due distinte categorie: I Disturbi Depressivi ed i Disturbi Bipolari.

All’interno dei Disturbi Bipolari, patologie psichiatriche complesse che richiedono cure attente e continue, le principali diagnosi comprendono:
 
  • il disturbo Bipolare di tipo I: in cui si riscontra almeno un episodio di tipo maniacale e la presenza di episodi depressivi precedenti o susseguenti quello maniacale);
  • il disturbo bipolare di tipo II: in cui si riscontra almeno un episodio di depressione maggiore e almeno un episodio ipomaniacale) e la ciclotimia, cui è stato già sopra accennato.
Questi criteri rendono ben evidente come, al fine di una accurata diagnosi, sia fondamentale conoscere la storia del soggetto, sia fondamentale il ricordo retrospettivo dei sintomi, del loro esordio e della loro remissione. 

Per ciò che concerne l’altra categoria dei disturbi dell’umore, vale a dire i Disturbi depressivi, il DSM5 elenca le seguenti sindromi:
 
  • Depressione Maggiore;
  • Disturbo Depressivo Persistente;
  • Disturbo da Disregolazione dell’umore dirompente;
  • Disturbo Disforico Premestruale.
Innanzi tutto, è importante sottolineare che si può parlare di disturbi depressivi solo quando l’umore disturbato è pervasivo e influenza significativamente il funzionamento sociale, lavorativo e relazionale del soggetto. Poiché a tutti può capitare di essere, anche per periodi non brevi, tristi, sconfortati, a tutti può succedere di avere pensieri negativi senza dover, necessariamente, inquadrare disagi esistenziali nell’ambito dei disturbi dell’umore. Nonostante questa premessa, è estremamente importante riconoscere un disturbo depressivo in fase iniziale, in quanto più rapida è la diagnosi migliore è la prognosi.

Il Disturbo dell’umore più conosciuto e maggiormente diffuso al mondo è il Disturbo Depressivo Maggiore che sembra avere, soprattutto nei paesi occidentali, il più elevato trend di crescita. Sempre secondo il DSM 5, i criteri per la sua diagnosi prevedono che, per una durata di almeno due settimane, debbano essere presenti almeno cinque dei sintomi seguenti:
 
  • umore depresso per la maggior parte del giorno;
  • marcato disinteresse o piacere per qualsiasi situazione;
  • significativa perdita di peso o alterazioni dell’appetito;
  • insonnia o ipersonnia persistente;
  • agitazione psicomotoria o rallentamento;
  • sensazione di fatica e perdita di energie;
  • bassa autostima;
  • diminuzione di attenzione e concentrazione;
  • pensieri ricorrenti di morte;
  • ideazioni suicidarie;
  • tentativi di suicidio.
Comunque, in alcune situazioni, il quadro depressivo può essere preceduto, per un periodo di giorni o di mesi, da sintomi “spia” quali fatica, difficoltà di concentrazione, inappetenza e insonnia. Ma quando il Disturbo inizia a manifestarsi nella sua pienezza il soggetto è triste, sfiduciato, e, spesso, le sue preoccupazioni si manifestano sotto forma di sintomi fisici, quali:
 
  • palpitazioni;
  • vertigini;
  • cefalea;
  • problemi gastroenterici;
  • dolori muscolari.
Per Disturbo Depressivo Persistente (chiamato in passato Disturbo distimico) si intende, invece, un disturbo caratterizzato da un umore depresso cronico che, per almeno due anni, si manifesta quasi tutti i giorni. Ma con sintomi più lievi rispetto al Disturbo Depressivo Maggiore.

Dopo anni di dibattito all’interno della comunità scientifica, fra i Disturbi Depressivi è comparso anche il “Disturbo Disforico Premestruale”, così come, per la prima volta, è comparso il Disturbo da disregolazione dell’umore dirompente, riguardante la neuropsichiatria infantile in quanto il suo esordio è compreso fra i sei e i dieci anni di età. I criteri per fare diagnosi di questo disturbo prevedono scatti di rabbia ed aggressività sproporzionati rispetto alla norma e frequenti almeno tre volte alla settimana nel corso di un anno.

Cause

Le cause di questi disturbi chiamano in gioco una forte componente biologica. Infatti, la frequente trasmissione familiare della mania e della depressione indica chiaramente l’importanza dei fattori genetici. Ma, nel rischio di esordio, risultano significativi anche:
 
  • fattori psicosociali;
  • l’assunzione di anfetamine;
  • cocaina;
  • alcol;
  • alcuni antidepressivi.
L’età di esordio sembra generalmente collocarsi tra i 18 e 44 anni.

Come per i Disturbi Bipolari, anche per i Disturbi Depressivi, i fattori genetici rivestono grande importanza. Ma significativi fattori di rischio per l’esordio sono costituiti da gravi stress esistenziali (soprattutto perdite e separazioni anche di tipo simbolico). La maggior parte delle ricerche sostiene, infatti, un’eziopatogenesi multifattoriale di fattori genetici, biologici, ambientali e psicologici.

Nella epidemiologia della Depressione, un dato importante è fornito dalla elevata frequenza del disturbo riscontrata nel genere femminile. Le spiegazioni, finora ipotizzate, fanno riferimento:
 
  • a differenze ormonali;
  • a fattori di personalità;
  • all’esposizione ad un maggior numero di eventi stressanti;
  • a cause sociali e ambientali.
Comunque, sono gli eventi stressanti ad aver costituito uno dei più lunghi filoni di ricerca sui fattori di rischio della depressione anche se i modelli psicodinamici (secondo cui il dolore irrisolto produce rabbia e vergogna verso se stessi) sono stati predominanti per più della metà del XX secolo. 

Trattamenti

Il trattamento farmacologico prevede stabilizzatori dell’umore, quali il litio e anticonvulsivanti (in particolare valproato, carbamazepina, lamotrigina).

I disturbi bipolari di tipo I, in cui mania e depressione hanno spesso componenti psicotiche, richiedono, almeno inizialmente, una gestione ospedaliera. quelli di tipo II, invece, possono essere, quasi sempre, trattati in modo ambulatoriale. La componente ansiosa ad essi associata è, al pari dei disturbi depressivi, estremamente alta.

La psicoterapia individuale è di grande efficacia nella gestione dei problemi quotidiani. Ma anche per scoprire le potenziali risorse della patologia, per prendere consapevolezza di come stati euforici, se opportunamente incanalati, possano apportare energia e creatività. La psicoterapia di gruppo dei pazienti e delle loro famiglie è di notevole importanza nella prevenzione degli episodi (la bipolarità è patologia di tipo ricorrente) e per porre, senza controproducenti ritardi, diagnosi che a volte arrivano anche dieci anni dopo la comparsa dei primi sintomi.

Per quanto riguarda i disturbi depressivi, invece, per ciò che concerne la terapia, la maggioranza degli studi è concorde nel ritenere il trattamento combinato di farmaci e lavoro psicologico la modalità di trattamento più completa ed efficace.

La scelta dei farmaci antidepressivi (di cui oggi sono disponibili diverse classi) varia in base:
 
  • ai sintomi e alla loro gravità;
  • a eventuali precedenti episodi;
  • all’età;
  • alla possibile presenza di altri disturbi.

Inoltre, dopo l’eliminazione dei sintomi, è sempre bene continuare la terapia per almeno altri sei mesi in considerazione del fatto che i Disturbi Depressivi, oltre ad essere patologie ricorrenti che finiscono con il ridurre sempre più i contatti sociali e la tendenza all’autocritica ed all’autodenigrazione, comportano un rischio più elevato di andare incontro a vari disturbi fisici.

Il lavoro psicologico è un percorso orientato a far sì che le persone affette da disturbi dell’umore possano scoprire nuove modalità di incontrare se stesse e gli altri. È un percorso centrato sul ritrovamento della fiducia che è possibile ascoltare ed incanalare in modo diverso la propria gioia ed il proprio dolore, insieme alla riflessione che, talvolta, le gioie e i dolori dell’animo pervadono il sentire emotivo per far emergere la parte più autentica e preziosa del sé.
  

Bibliografia

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