La neoplasia della cervice uterina occupa il secondo posto tra le neoplasie di tipo ginecologico. L’incidenza e la mortalità per la sua invasività nel collo dell’utero hanno registrato un trend nell’esecuzione del Pap-test, associato al test per il Papilloma virus; è utile precisare che è un trend diffuso, anche se il vaccino ha notevolmente ridotto la formazione neoplastica.

Una volta diagnosticato dal ginecologo, è necessario stabilirne l’estensione; una volta appurato questo, il chirurgo oncologo dovrà informare il paziente sul tipo di intervento chirurgico a cui dovrà sottoporsi.

Trova su iDoctors un Ginecologo vicino a te!

Quali tipi esistono?

Gli stadi iniziali si distinguono in I A, I A2 e IB1; se è più profondo ovvero più invasivo, la sua superficie è intorno ai 5-7 mm, si ha un basso rischio che il carcinoma possa sconfinare nei linfonodi inferiori.

In cosa consiste la chirurgia?

Il nome dell’intervento è conizzazione. L’anatomopatologo dovrà garantire sulla negatività dei margini dei tessuti asportati e misurare la distanza in millimetri fra i margini di eventulai focolai. Nella paziente, che ha completato il suo ciclo di fertilità si consiglia l’asportazione totale del collo dell’utero per evitare recidive.

Se la donna è invece ancora in età fertile, i chirurghi tendono a conservare la loro fertilità, eseguendo la rimozione solo di una parte del collo dell’utero ovvero dal collo all’orifizio uterino interno. L’intervento è solitamente eseguito attraverso la vagina ed i linfonodi pelvici possono essere asportati per via laparoscopica che è meno invasiva. Questa tecnica si avvale di piccole incisioni di circa 1 cm e di un laparoscopio collegato ad uno schermo, grazie al quale si vede precisamente dove eseguire le successive piccole incisioni addominali finalizzate all’introduzione degli strumenti chirurgici veri e propri con i quali si procederà all’asportazione.

Durante la gravidanza, prima dell’intervento si effettua un cerchiaggio per proteggere il feto.

Quali sono le conseguenze dell’intervento?

Una delle conseguenze è caratterizzata dalla difficoltà di portare a termine la gravidanza: i parti a termine sono circa il 50% a causa di aborti tardivi o di gravidanze pre-termine.

Negli stadi più avanzati, la scelta terapeutica è decisa dopo il consulto fra più di uno specialista ossia fra ginecologo, oncologo e radioterapista.

Il più spesso, l’intervento si consiglia in pazienti giovani in cui il rischio anestesiologico è molto ridotto e si ha la possibilità di mantenere integre le ovaie.

Se il tumore è invasivo, si consiglia l’isterectomia addominale radicale con la quale si asportano i linfonodi; tuttavia, dal momento che questo intervento porta a complicazioni di tipo urologico, si può decidere di eseguire un’isterectomia, in cui viene conservato il tessuto intorno alla cervice uterina (parametrio). Questa tipologia è chiamata in inglese nerve-sparing ovvero (a risparmio / conservazione dell’innervazione o tessuto nervoso locale) e consente di conservare intatte le funzionalità vescicale e rettale.

In considerazione del fatto che l’assenza di recidive o neoplasie ripetute è il miglior fattore auspicabile, è stato calcolato che la percentuale da rimuovere dipende dalla situazione in cui si trova davanti al chirurgo; talvolta è preferibile rimuovere solo il 20-30%, in altre situazioni la percentuale aumenta.

Negli studi più avanzati della ricerca scientifica, negli ultimi anni, l’attenzione è rivolta alla considerazione di quando sia meglio intraprendere una terapia chemio o radioterapica, prima dell’intervento chirurgico, al fine di ridurre la formazione di altre manifestazioni neoplastiche  o di diminuire le dimensioni delle stesse.

Conclusioni

Il trattamento del carcinoma della cervice uterina richiede la partecipazione di più specialisti anche nel campo della stessa oncologia (oncologo, oncologo-chirurgo, anatomopatologo, radioterapista) come ovviamente del ginecologo.

L’anatomopatologo deve fornire la risposta istologica dalla quale si parte per stabilire di che natura sia quanto prelevato con la biopsia. E’fondamentale capire le caratteristiche dei linfonodi asportati e da asportare così come è essenziale analizzare l’invasività.

Il chirurgo oltre alle caratteristiche morfologiche e patologiche dei linfonodi, dovrebbe valutare il tipo di intervento anche in base all’età della donna; se è in età fertile si tende ad usare la laparoscopia per evitare un taglio addominale più esteso ed un intervento più invasivo; se è in menopausa si opta per una particolare isterectomia che permette di evitare problemi urologici (vescica e retto).

Infine il chirurgo può decidere di intraprendere una terapia radio o chemio terapica per ridurre il volume e il numero dei linfonodi come ausilio adiuvante la guarigione.

FONTE: Requisiti essenziali per le neoplasie ginecologiche a cura di Paolo scollo ed altri.