Il rischio per una persona obesa di sviluppare un diabete di tipo 2 è dieci volte più alto rispetto a un non obeso: il nesso tra obesità e diabete è quindi capillare e l’aumento della prima non favorisce l’incremento del secondo, tanto che l’Oms ha coniato un nuovo termine per sottolineare questa connessione, la “diabesità“.

Anche iDoctors, in occasione della Giornata Mondiale del Diabete del 14 novembre, in collaborazione con i Diabetologi iscritti al portale, sostiene la prevenzione diabetologica con la promozione di visite a tariffe scontate inerenti a tali patologie non solo in occasione dell’evento ma per l’intera settimana.

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Il deficit di insulina nei soggetti obesi

Con la sua presenza nel 90% di pazienti in età adulta, il diabete mellito di tipo 2 è, senza dubbio, quello più frequente. È contraddistinto da una generazione di insulina insufficiente a appagare le necessità dell’organismo- deficit di secrezione di insulina- oppure da un’azione insoddisfacente dell’insulina prodotta- insulino-resistenza-.

In entrambi i casi, si avrà un picco dei livelli di glucosio nel sangue -iperglicemia-.

Questo tipo di diabete è detto non insulino-dipendente perché l’iniezione di insulina esterna, a differenza del diabete di tipo 1, non è di vitale importanza.

L’insulina quindi svolge un’azione importante al fine di mantenere i livelli di glicemia- zucchero nel sangue- entro valori normali; nei soggetti obesi l’azione dell’insulina diviene deficitaria in quanto l’eccesso di grasso determina insulino-resistenza ovvero una minore efficacia dell’attività dell’insulina nei tessuti periferici

La resistenza periferica all’insulina è a sua volta responsabile di iperinsulinemia, cioè elevati livelli di insulina nel sangue che risulta essere comunque inefficace nel controllare la glicemia. Oltre il 20% dei soggetti obesi è affetto da diabete di tipo 2, e sono percentualmente pochi i soggetti affetti da diabete di tipo 2 non obesi.

Il diabete “urbano”

Nella due giorni romana organizzata dall’Health City Institute, in collaborazione con Italian Barometer Diabetes Observatory(IBDO) Foundation, con l’Università di “Tor Vergata” si è parlato del cosiddetto diabete urbano

La definizione di diabete urbano è stata coniata, dal programa Cities Changing Diabetes– una partnership nata nel 2014 tra lo University College London e lo Steno Diabetes Center in Danimarca insieme con varie organizzazioni nazionali- per definire il fenomeno dell’aumento di persone affette da diabete soprattutto nei centri urbani. Andrea Lenzi, presidente di Health City Institute , spiega che “l’ambiente urbano influenza il modo in cui le persone vivono, mangiano, si muovono, tutti fattori che hanno un impatto sul rischio di sviluppare il diabete”. Età, condizione sociale e istruzione sembrano essere, con qualche elemento contraddittorio, determinanti.

Questo aumento si inserisce nell’osservazione di un quadro di generalizzato aumento, nelle città, di tutte le malattie croniche non trasmissibili.

Secondo i dati forniti nella due giorni romana, in Italia il 52% delle persone con diabete risiede nei primi 100 centri urbani. Una persona su tre con diabete, hanno spiegato gli esperti, risiede nelle 14 città metropolitane italiane, e a Roma è diabetico il 6,5% della popolazione, contro il 5,4% della media nazionale, più della media laziale.

Prevenzione e informazione

La prevenzione è, come sempre, la prima arma per evitare complicanze croniche. La giusta prevenzione ed informazione si ottiene sempre e comunque consultando un medico specializzato nel quale riporre la massima fiducia seguendone le indicazioni terapeutiche.

L’approccio alla malattia deve essere sistemico e bisogna prestare particolare attenzione all’aderenza alle terapie senza perdere di vista gli aspetti psicologici e relazionali dei pazienti.

Il medico in generale e quello di famiglia in particolare dovrebbero sollecitare i pazienti informarli e spingerli a fare vera prevenzione attraverso informazione sulla malattia, incalzandolo a sottoporsi a check up periodici, a seguire un’alimentazione corretta a controllare il peso, la pressione arteriosa e così via, senza aspettarli sempre in studio..

Occorrono nuovi messaggi e strategie anche in considerazione della sconfitta e del fallimento delle campagne generalizzate sugli “stili di vita“; infatti, per quanto concerne il fumo donne e giovani stanno tornando alle sigarette, per quanto attiene la dieta o l’alimentazione non vi è stato alcun impatto ma sovrappeso e obesità continuano ad essere in aumento infine sul movimento ed esercizio fisico c’è solo il breve periodo dell’edonismo del corpo e poi tutto si ferma.

Tutti gli organismi interessati hanno lanciato un allarme sullo sviluppo dell’obesità e, di conseguenza del diabete, anche in fasce della popolazione quali bambini ed adolescenti.

Conclusioni

È evidente che l’aumento di malattie croniche non trasmissibili, all’interno soprattutto dei centri urbani, è condizionato dagli stili di vita cittadini, pertanto è necessario che vi sia una politica innanzitutto comunale attenta alla prevenzione. Qualcosa si sta già muovendo infatti l’ANCI – Associazione nazionale dei comuni italiani – , è presente nel gruppo di lavoro su Urban healt. I responsabili comunali in sinergia con i medici di base e gli specialisti sono i depositari delle future linee di azione che abbiano come priorità la salute dei cittadini.

FONTI: Studi della società italiana di endocrinologia convegno 5-7/10/2017