È difficile immaginare la condizione di un malato di Alzheimer, così come fino ad oggi è stato difficile capire che cosa questa malattia.

Secondo le stime in Italia l’Alzheimer colpisce tra le 500 e le 600 mila persone, pari al 5% della popolazione con più di 60 anni (dati Censis). La malattia implica serie difficoltà nel condurre le normali attività quotidiane, perché colpisce la memoria e le funzioni cognitive. Attività normali come parlare o pensare diventano sempre più difficili, ma può causare anche stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale.

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Intrappolati in una gabbia dorata. Dall’Italia un nuovo sentiero

Dal 1907, quando Alis Alzheimer – neurologo tedesco – notò i segni particolari nel tessuto cerebrale di una donna morta in seguito a una insolita malattia mentale, ad oggi la ricerca ha percorso strade diverse e contorte.

Un nuovo studio promette di rivoluzionare l’approccio a quella che è stata definita la “malattia del secolo”. La ricerca, coordinata da Marcello D’Amelio – professore associato di Fisiologia Umana e Neurofisiologia presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma – getta una luce nuova su questa patologia.

Contrariamente a quanto si è pensato fino ad oggi, l’origine della malattia non è rintracciabile nell’ippocampo (l’area del cervello associata alla memoria). A causare il morbo sarebbe la morte dei neuroni nell’area collegata anche ai disturbi dell’umore. Lo studio – tutto italiano – pubblicato su Nature Communications ha permesso di comprendere anche che la depressione sarebbe una spia dell’Alzheimer e non viceversa.

La zona del cervello che viene compromessa dal morbo sarebbe quella addetta alla produzione della dopamina, un neurotrasmettitore fondamentale per alcuni dei meccanismi di comunicazione tra i neuroni. Senza dopamina, insomma, i neuroni non funzionano e non trasmettono le informazioni necessarie alla gestione dei ricordi.

“L’area tegmentale ventrale non era stata approfondita perché si tratta di una parte profonda del sistema nervoso centrale, particolarmente difficile da indagare a livello neuro-radiologico” spiega D’Amelio e aggiunge:”Abbiamo verificato che l’area tegmentale ventrale rilascia dopamina anche nel nucleo accumbens, che è l’area che controlla gratificazione e disturbi dell’umore, garantendone il buon funzionamento”.

Quindi perdita di memoria e perdita di motivazione, con la conseguente depressione, sono due facce della stessa medaglia.

Alzheimer e Parkinson: un collegamento?

Le nuove informazioni ottenute da questa ricerca, condotta dalla fondazione IRCCS Santa Lucia, del CNR di Roma e dell’università Campus Bio-Medico, forniscono un’ulteriore spunto di riflessione: una possibile analogia neurofisiologica tra il Parkinson e la malattia di Alzheimer. Precedentemente abbiamo detto che la dopamina viene prodotta principalmente nell’area ventrale tegmentale e nella Substantia Nigra.

Proprio la dopamina prodotta dalla Substantia Nigra è riservata principalmente al corpo striato, una componente sottocorticale della parte del cervello coinvolta nel controllo del movimento, funzione che peggiora notevolmente in seguito alla Sindrome di Parkinson. Si possono immaginare per il futuro strategie terapeutiche comuni, per evitare in modo selettivo la morte di questi neuroni.

Nuove prospettive e trattamenti farmacologici

Un buon risultato nel trattamento del morbo si è ottenuto somministrando in laboratorio, su modelli animali, due terapie: una con L-DOPA, un amminoacido precursore della dopamina; l’altra basata invece su un farmaco che ne favorisce la degradazione. In tutti e due i casi si è registrato il recupero completo della memoria, in tempi relativamente rapidi. Nonché un pieno ripristino della vitalità e della facoltà motivazionale. I dati sperimentali hanno chiarito perché i farmaci “inibitori della degradazione della dopamina” sono utili solo per alcuni pazienti e solo nelle fasi iniziali della malattia, quando sopravvive un buon numero di neuroni dell’area.

Dall’America, invece, arriva un test che svela il rischio individuale di Alzheimer e anche l’età cui si potrebbe sviluppare la malattia. Gli esperti hanno costruito un indice di rischio cercando nel Dna di ciascun individuo del campione tutte le mutazioni note per avere un ruolo nello sviluppo dell’Alzheimer e mettendole in relazione con età e presenza o assenza di malattia in ciascun partecipante. È emerso che le persone con indice più alto hanno un rischio sette volte maggiore di ammalarsi rispetto a quelle coi valori più bassi.

Un indice del genere in futuro potrebbe divenire utile in caso fossero sviluppate terapie preventive, o comunque potrebbe essere utile per fare scelte adeguate in base al proprio rischio di Alzheimer.

Fonte: Nature.com